Rassegna

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K2 La mia Avventura – Fabbri 2004 Michele Comi, guida alpina valtellinese, ci racconta la sua avventura sul versante tibetano del K2, con la spedizione del versante nord, lo fa con parole semplicissime, ma pulite e chiare, il suo é diario schietto, niente a che veder con parate pavonesche, tipiche di certi soliti noti…

Una spedizione “ufficiale del cinquantenario”, ma tanto distante dallo spirito e dall’organizzazione di quella sul versante sud: solamente quattro portatori hunza e qualche cammello per il trasporto dei materiali, nessuno sherpa e nemmeno corde fisse da noleggiare e nessun arrivo in vetta per forza, come pure nessun codazzo di stampa e tv al seguito.

Nel suo diario l’autore ci racconta di due mesi trascorsi a faticare, ad attendere una schiarita e un bel tempo che mai é arrivato, la nostalgia della propria casa in Italia e dei figli, la noia di giorni sempre uguali rinchiusi in tendine inospitali e la fame subita per errori di approvvigionamento.

Non troviamo alcun accenno trionfalistico, ma la gioia del ritorno dopo la rinuncia, che non é un fallimento, la vittoria della ragione e della vita sulla presunzione e sulla stolta voglia di arrivare a qualunque costo.

Questo libro, piccolo e leggibile in poche ore, ci riconcilia col K2 e in generale con l’alpinismo degli 8000, dopo l’orgia di opere improntate a vuoti trionfalismi e a velenose polemiche, ci fa riscoprire che andare in montagna non é solo business o presunzione, ma anche sentimento umano, altruismo, paura e umanitá.

Comi ci riconsegna un immagine di alpinismo di altri tempi, o comunque a misura d’uomo, abbiamo avuto anche troppi super-uomini. troppo perfetti, ritroviamo l’umile sapienza degli uomini della montagna, la grandezza dell’essere uomini, consapevoli dei propri limiti, ma grandi nei propri sentimenti.

Recensione Alpinia.net 2004

“E’ sempre la montagna ad avere ragione. Noi piccolissimi uomini non possiamo far altro che cercare di ascoltarla e capire le sue intenzioni”. K2 la mia avventura è la storia di un alpinista, un ricercatore, un papà e un marito che si ritrova sul versante piu remoto della seconda montagna del mondo, con pochi compagni, troppa neve, tanta voglia di scalare e un po’ di nostalgia per casa.

Nato come libro per ragazzi, il “diario di una spedizione in cima al mondo” di Comi si rivela un avvicente racconto per tutte le età. Il racconto della spedizione al K2, nel cinquantenario della prima salita. Ma non della grande spedizione che lo salì dal versante sud. Bensì della piccola squadra di irriducibili che ha tentato la scalata dalla Nord, dal versante tibetano, in stile leggero.

Con Comi c’erano grandi protagonisti dell’alpinismo italiano e internazionale: Mario Panzeri, Daniele Bernasconi, Nives Meroi, Romano Benet, Claudio Bastrentaz e altri ancora. Ma il racconto è tutt’altro che pomposo, eroico o esagerato.

E’ semplice, innanzitutto, un diario schietto. Con parole pulite e chiare, Comi parla di una spedizione che fu molto difficile, con condizioni del tempo particolarmente avverse. Descrive la fatica del viaggio, fa vivere al lettore i due durissimi mesi trascorsi ad attendere una schiarita o una finestra di bel tempo che mai arrivò. E spiega con una semplicità accattivante gli importanti compiti scientifici che quella spedizione aveva in carico.

Nel libro, la noia dell’attesa per la salita si mescola all’adrenalina dell’impresa che piano piano si affievoliva lasciando sempre più spazio alla nostalgia della propria casa in Italia e dei figli. Le pagine diventano sempre più appassionanti tra le righe che ripercorrono le difficoltà incontrate, l’arte di arrangiarsi nel risolverle, gli screzi e i momenti di unità tra i compagni.

Sono pagine di completa umanità che spostano il mirino dalla vetta per puntarlo su alcuni particolari significativi delle spedizioni alpinistiche che spesso non vengono raccontati, ma che risvegliano l’interesse dei curiosi come degli esperti d’alta quota. Un vero specchio di una spedizione che, ricordo, non finì con l’arrivare in cima.

Michele Comi, guida alpina e geologo, papà di Tommaso e Isacco, vive a Chiesa in Valmalenco e partecipa da anni alle spedizioni e ricerche scientifiche del Comitato Ev-K²-Cnr. Elisa Lonini-MONTAGNA.TV

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Valmalenco 100 sentieri La Valmalenco è nota a tutti gli escursionisti per la gran varietà di ambienti alpini, conseguenza di una vasta e complessa storia geomorfologica. Qui l’uomo ha vissuto sin da tempi lontani; ben visibili risultano ancor oggi le opere che generazioni di malenchi hanno nei secoli passati realizzato sul territorio, essi erano al contempo agricoltori, pastori, ingegneri, architetti, ma soprattutto esteti.

Camminare lungo i sentieri della Valmalenco significa recuperare il fascino di una scoperta. A far da contorno al nostro cammino, i gruppi Disgrazia-Bernina-Scalino, in particolare il Bernina, con i suoi 4050 m è l’ultimo 4000 della catena alpina procedendo verso oriente e la cima più alta delle Alpi Centrali.

Forte è il richiamo di queste cime, soprattutto quando i sentieri arrivano ai rifugi più alti, punti di partenza per le vette.
Ce n’è per tutti i gusti e soprattutto per tutte le gambe. Piacevoli passeggiate di fondovalle o facili mete per famiglie, così come le panoramiche traversate in quota o l’insuperata Alta Via della Valmalenco, con i suoi 130 km da coprire in otto tappe rappresenta un must per i trekkers di tutto il mondo. L’ospitalità in quota è garantita dai 21 rifugi alpini, disseminati in ogni angolo della Valle. Nel corso degli ultimi anni la Valmalenco ha rinnovato profondamente la rete di sentieri dell’intera vallata.

Sono stati eseguiti lavori di ripristino e manutenzione diffusa lungo oltre 300 km di percorsi, dal fondovalle sino a 3000m, nuovi ponticelli e passerelle facilitano ora l’attraversamento di ruscelli e torrenti in quota.
Anche la segnaletica è stata completamente rivista con l’adozione delle tabelle segnavia posizionate secondo le direttive del Club Alpino Italiano e con il rifacimento della segnaletica orizzontale.
Tutti i sentieri più importanti hanno ora una numerazione ufficiale. Ricordiamoci sopra a tutti l’Alta Via che porta il numero 305.
Questa guida è in realtà un manuale d’uso, un utile compendio per aiutarci a scegliere la prossima camminata in Valmalenco e a scoprire qualcosa di nuovo.
Oggi troppo spesso abbiamo distrutto la “barriera della fatica” rappresentata dal muoversi a piedi. Forse questi 100 sentieri ci aiuteranno a rimetterci in cammino.

Michele Comi – Associazione Guide Alpine della Valmalenco – michele.comi@stilealpino.it

Tratto dall’introduzione alla nuova guida escursionistica della Valmalenco -Unione dei Comuni della Valmalenco 2008

Monte Disgrazia – Picco Glorioso 150 anni di storia

Volume commemorativo scritto assieme a Popi Miotti. “Si tratta di una monografia molto ben congeniata, che mette a fuoco la storia alpinistica (e non solo) del Monte Disgrazia, cima posta agli estremi confini orientali di questo angolo di Alpi Retiche. I due autori – entrambi guide alpine- si addentrano nei retroscena che portarono alla scalata nel 1862, dell’elegante vetta da parte degli alpinisti britannici Stephen, Kennedye Coc (accompagnati dalla celebre guida svizzera Melchior Anderegg). Il Disgrazia venne intravisto solo qualche tempo prima da connazionali impegnati lungo le creste del Bernina, ma tanto bastò per per scatenare la sete di conquista dei celebri scalatori d’Oltremanica sopra citati. Il racconto dei due autori si dipana su un percorso interdisciplinare, portando il lettore a conoscere anche il territorio circostante del Monte Disgrazia, la geologia, i rifugi, le usanze e la cultura materiale dei vecchi montanari. Fino a proiettarsi nella fantasia, su su nel regno magico e sovrannaturale delle leggende legate alle vertiginose altezze del Disgrazia”. Marco Albino Ferrari, Meridiani Montagne novembre 2012.

 «Questa è la montagna per cui sono venuto qui!», esclama Sean Connery, protagonista di Cinque giorni un’estate. Svestito lo smoking di James Bond, l’attore scozzese indossa la giacca di tweed e il cappello floscio di un maturo medico inglese in vacanza in Engadina negli anni tra le due guerre. Una storia romantica e un po’ torbida perché lei è la giovane nipote, bella e tormentata. Dopo alcune escursioni e scalate adatte alla ragazza, il dottore morde il freno. Finalmente la guida accompagna la coppia in un rifugio circondato da alte cime e passa al cliente il binocolo per mostrargli la meta dell’indomani. Mettendo a fuoco la stupenda vetta scintillante di neve e ghiaccio l’alpinista inglese rimane a bocca aperta e pronuncia la frase che riempie d’orgoglio il turismo valtellinese. Perché quella vetta è il Monte Disgrazia, la più alta cima tutta lombarda, che con i suoi 3.678 metri torreggia isolata tra la Val Masino e la Val Malenco. Ma c’è di più. Il regista del film, l’anziano Fred Zinnemann, l’autore di Mezzogiorno di fuoco, è un austriaco trapiantato a Hollywood che conosce benissimo le montagne dell’Engadina, dove avrebbe l’imbarazzo della scelta per soddisfare Sean Connery alpinista. Invece per la sua fiction si prende una licenza geografica infilandoci il nostro Disgrazia. L’Engadina e la Svizzera sono oltre la cresta spartiacque, su cui spiccano cime famose di qua italiane e di là svizzere come il Pizzo Badile, il Cengalo e il colosso del Bernina ammantato di ghiacciai, il quattromila più orientale delle Alpi. Curiosamente sulle carte austriache del Lombardo-Veneto il Disgrazia viene anche chiamato Pizzo Bello, forse per mitigare il toponimo funesto apparso la prima volta su carte napoleoniche. Un nome minaccioso ma fortunato perché più suggestivo e popolare. Sul suo significato si narrano ipotesi erudite e leggende fantasiose, tutte equamente infondate. Probabilmente i primi topografi presero fischi per fiaschi sentendo dire dai montanari della Val Malenco «desgiascia», ossia «dis-ghiaccia» in riferimento alle zone moreniche oltre i pascoli, e capirono «desgracia». Ancor più semplice e logico partire dal dialettale «mount de giascia» (monte di ghiaccio) per arrivare a Monte Disgrazia, nome perfetto per esercitare sugli alpinisti più seriosi, ieri come oggi, la stessa attrazione delle storie di streghe e paura che tanto attirano i bambini. È quest’ultima l’ipotesi etimologica più convincente. La avanza ora Giuseppe Miotti, curatore con Michele Comi della monografia Monte Disgrazia, Picco Glorioso – 150 anni di storia, splendida per documentazione e iconografia, in uscita da Bellavite con il contributo del Credito Valtellinese e della Fondazione Pro Valtellina. Miotti, guida alpina di Sondrio, è stato negli anni Settanta il leader dei sassisti che hanno riscoperto le pareti della Val di Mello e della Val Masino e da allora ne è il divulgatore più preparato. Più giovane, anche Comi di Valmalenco è guida alpina, oltre che geologo e animatore di MelloBlocco, raduno annuale di fama europea di bouldering, l’arrampicata su massi che furoreggia tra i giovanissimi. Dietro ai due autori si intuisce la passione di molti altri di queste valli che si sono mobilitati per un grande appuntamento, il 150° anniversario della prima ascensione del Disgrazia che si festeggia da domani a venerdì in Valmasino e Valmalenco coalizzate con rievocazioni, incontri e una piccola mostra. In apertura del libro troviamo la chiave di tutto, il racconto dell’ascensione letto da Edward Shirley Kennedy, presidente dell’Alpine Club, ai colleghi a Londra dopo l’impresa dell’agosto 1862. Un testo illustre perché The ascent of Monte Disgrazia è il primo resoconto con cui si aprì il primo fascicolo – «spring 1863» – dell’Alpine Journal, la più autorevole rivista dell’alpinismo mondiale, che esce tuttora come annuario. Colpirà i profani il secondo capitoletto su Leslie Stephen e Virginia Woolf firmato da Silvia Miotti. Spiegazione: si tira qui in ballo la famosa scrittrice perché figlia di Stephen, il compagno di Kennedy sul Disgrazia, personaggio ben più importante per l’alpinismo delle origini. Fu un autorevole letterato vittoriano che pubblicò The playground of Europe, precursore della concezione antiretorica e sportiva dell’alpinismo. La prova più flagrante che lo sport inventato 150 anni fa è davvero un gioco, sia pure per grandi e non privo di rischi, è anche il vostro cronista di montagna che anni fa curò l’edizione italiana del classico libro di Leslie Stephen (Il terreno di gioco dell’Europa, Vivalda 1998) e oggi non ha resistito alla tentazione di raccontarvi del Disgrazia andandoci di persona.

Sono salito a Chiareggio in fondo alla Valmalenco per contemplare la parete nord che nel film incanta Sean Connery. Risalendo verso il passo del Muretto che porta in Svizzera appare lo sperone collegato alla vetta dall’ambita «corda molla», l’aerea cresta di neve e ghiaccio che è la via più bella per scalare il Disgrazia. Su questo versante compirono il primo tentativo gli inglesi condotti da Melchior Anderegg, coriacea guida dell’Oberland Bernese. Ma finirono su una cima più bassa, da essi definita Picco Glorioso, l’attuale Monte Pioda (3431 m). Per ripercorrere più fedelmente le loro orme mi sono trasferito sull’altro versante, in val Masino. Dal rifugio Ponti il mattino dopo sono andato in vetta per la «cresta degli inglesi» che la salirono legati alla corda di Anderegg. Io ero condotto dalla giovane guida Luca Maspes, il climber più famoso di queste parti. Ma le condizioni erano così buone che la corda è rimasta nel suo zaino. Pietro Crivellaro Il sole 24ore 16 agosto 2012

Recensione Montagna.tv

MELLOBLOCCO 10

Il grande libro di pietra

Con il Melloblocco è come se le rocce prendessero vita.

In questo decennio migliaia di appassionati hanno accarezzato i ruvidi cristalli del granito della Val Masino e della Val di Mello e hanno contribuito a rendere vive queste rocce che diversamente andrebbero a rappresentare unicamente una mera contingenza della geologia o, peggio, una risorsa da consumare per farne materiale da costruzione.

Incontri, emozioni e racconti si sono sovrapposti in una babele di lingue con il solo rammarico di essere volati via in un attimo.

Centinaia e centinaia di blocchi sono stati riscoperti e svelati al giovane e colorato popolo del bouldering, sovente sottratti ai rovi e all’incolto che avanza, con un lavoro che simbolicamente va a sostituirsi alle antiche pratiche agricole di montagna che fecero di questa Valle un piccolo giardino delle Alpi.

Il granito del Masino, testimone immutabile del tempo e dell’incredibile evoluzione geologica, tanto lenta quanto sconvolgente, non è altro che un enorme grappolo di cristalli uniti gli uni agli altri, formatosi a partire da un sistema fuso in via di raffreddamento, inglobato entro la superficie terrestre una trentina di milioni di anni fa alla profondità di qualche chilometro.

Cristalli che si distinguono nitidamente, anche a occhio nudo, osservandoli sotto le dita arcuate che stringono l’appiglio.

Alcuni sono biancastri, altri più piccoli, irregolari e trasparenti, si alternano con quelli più sottili e lineari ma scuri, assieme a quelli decisamente più grossi e chiari quasi rettangolari e sovente sporgenti.

Poco importano i loro nomi. Meglio le sensazioni, a volte dolorose, come quelle che i grandi cristalli di feldspato potassico, sovente uniche piccole protuberanze esistenti, lasciano impresse nei polpastrelli, oppure il sottile gioco di equilibri che consente alla mescola delle scarpette di aderire su una placca completamente liscia, frutto di un’incredibile combinazione di spinta ed attrito.

Se allarghiamo lo sguardo e ci chiediamo come mai tanti massi sono sparsi nei prati verdi della Valle, scopriamo che sono il frutto di ciclopiche frane e l’enorme Sasso di Remenno (uno dei più grandi monoliti d’Europa) costituisce il miglior esempio di quanto avvenne a partire dal ritiro dei ghiacci che colmavano la valle ancora “solo” 20.000 anni or sono.

Massi di ogni forma e dimensione: alti, bassi, spigolosi o cubiformi, a volte arrotondati, quelli più piatti e aggettanti un tempo utilizzati come ricovero per il bestiame o elementi portanti di essenziali dimore rurali.

L’ancestrale civiltà contadina, plasmata dalla coabitazione con la dura pietra, ha lasciato ovunque testimonianze uniche, con percorsi arditi lungo le crode, al confine tra escursionismo e arrampicata.

Più in alto le pareti, grandi e piccole, sono interrotte da cenge popolate di boschi di faggio, maestosi guardiani delle placche più inaccessibili.

Qui l’essenza dell’arrampicata (il bouldering) si evolve in altezza e nei tempi d’azione sino a raggiungere i luoghi alti dove è possibile percorrere le vie aperte dai nomi leggendari dell’alpinismo italiano, sulle tracce dell’alpinismo eroico, seguendo le orme di Riccardo Cassin, Alfonso Vinci e Giusto Gervasutti, stupendoci della grandezza delle loro geniali ed avventurose scalate, oppure affrontare le splendide vie neoclassiche aperte dai sassisti negli anni ‘70 del secolo scorso sulle lisce e improteggibili placche della Val di Mello.

Mi piace pensare al Melloblocco come ad un grande libro di pietra, che sa distribuire conoscenza, ma prima ancora consente a tutti, indistintamente, un prelievo di felicità dalla natura e dai paesaggi grandi e piccoli, per riscoprire la propria essenza, più profonda e più degna grazie all’incontro con questi luoghi straordinari. Dicembre 2012, Michele Comi

Poi, quando fu stanco, si fermò

e si fece sasso.

Antonio Boscacci

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