Ricordi del K2

27 giugno 2017

Il 27 giugno 2004 ci ritrovammo a risalire il Qogori glacier nella neve profonda per montare il campo base ai piedi del versante nord.

Nove giorni di avvicinamento dall’ultimo avamposto cinese, attraverso un deserto d’alta quota, in uno dei luoghi più remoti del pianeta trasformarono l’esperienza del viaggio in un un ricordo indelebile. Nelle successive settimane la piccola spedizione non si spinse molto in alto lungo l’estetico spigolo nord ricoperto da un’impressionante quantità di neve, ma il tentativo contribuì a sensibilizzare l’attenzione per la vastità della Montagna, che non si conosce solo quando si sa il nome di tutto quello che contiene, o si raggiunge la vetta, ma soprattutto se si ha percezione di almeno una parte di tutte quelle relazioni che avvengono al suo interno. Tra questi ghiacci e queste rocce sferzate dal vento d’alta quota mi sentii piuttosto insignificante, circostanza che contribuì a far emergere l’essenziale e la montagna per quello che è, non solo come occasione e supporto all’impresa, all’autorappresentazione, a volte spinta sino al punto da neppure vedere la parete su cui si scala.

Laghi e foreste in Lituania

25 giugno 2017

In questi giorni le Terre dell’ambra sono luoghi di luce. Un intreccio di laghi, alture e aria pulita. Distese con profusione di fiori da cui si osservano le nuvole: cirri, altostrati, cumulonembi che si rincorrono senza sosta. Vasti spazi, note musicali di mille uccelli, foreste e colline disseminate di sacre querce secolari invitano ad accogliere nuovi spazi di esplorazione, valori nascosti e ad accendere le innumerevoli relazioni di un territorio che troppo spesso non vediamo.

Quando c’era il grande ghiaccio…

19 giugno 2017

Negli ultimi 15 giorni per sei volte le temperature hanno superato lo zero in cima al Monte Bianco dove il 18 giugno si sono registrti addirittura 12 gradi a mezzogiorno. Considerando la quantità di neve residua tra le più povere dell’ultimo decennio, è facile prevedere come la stagione alpinistica estiva andrà incontro a una progressiva assenza di neve sino alle quote più alte, con tutte le conseguenze che ben conosciamo. Negli anni abbiamo osservato la regressione dei ghiacciai, ma nonostante le drammatiche evidenze, in fondo il fenomeno c’è sempre apparso come estraneo alla nostra breve esistenza, appartenente al ciclo delle cose, ininfluente per la nostra piccola quotidianità e problema da rinviare ai posteri.

Visto l’inarrestabile aumento delle temperature, temo saremo i primi bipedi ad essere testimoni oculari della scomparsa di vasti apparati glaciali che sino a ieri consideravamo infiniti ed inesauribili. Per questo, quando ci avviciniamo al ghiacciaio, pensiamo almeno per un poco alla meraviglia e al privilegio di poter ancora sentire il suo odore, che sa d’acqua di fusione, di limo e di roccia nuda e proviamo ad ascoltare, mentre lo attraversiamo, lo scricchiolio dei ramponi ad ogni passo sulla superficie gelata.

La “préda soprafina” del Crap del Giumellino

17 giugno 2017

Per conoscere realmente un luogo nulla è più efficace del seguire il proprio accompagnatore nella sua terra d’infanzia. Così mi ritrovo in compagnia di Tommaso, cresciuto all’alpe Giumellino, pronto a svelarmi lo sconosciuto passaggio lastricato dei minatori dell’amianto che rendeva percorribile la caotica ganda glaciale millenaria nei pressi del “Ciàz de la Val”. Poco distante, nei pressi di una radura, un grosso larice indica l’antico punto d’arrivo di una teleferica che settant’anni fa portava sin lì dal versante dirupato soprastante una merce preziosa: la “préda soprafina” del Crap del Giumellino. Riconosco dei frammenti sparsi, alcuni con un piccolo foro, probabilmente utile per agevolare l’aggancio al filo a sbalzo. Si tratta della miglior qualità di pietra ollare (cloritoscisto compatto) della Valmalenco, nota sin dall’antichità per essere lavorata al tornio per realizzare i famosi  “levèc, pentole adatte soprattutto a cucinare cibi di lunga cottura. Le cave di provenienza della “préda soprafina” sono molto antiche, nascoste tra pareti a strapiombo, oltre i 2400m. Ora non ci resta che programmare una visita a questi misteriosi luoghi dimenticati d’alta quota.

Piccolo invito alla selvatichezza

13 giugno 2017

Bambini e ragazzi hanno un corpo vivo ed esplorante, che si attiva completamente grazie alla bellezza che ci circonda, quando giocano nei pascoli oltre i duemila metri, si immergono nelle gelide acque dei torrenti, arrampicano scalzi su placche di roccia levigata dai ghiacciai, colorate dai licheni e segnate da piccole “marmitte” d’erosione perfettamente circolari.

Nelle foto: Val Poschiavina,  Val Malenco.

Sassa d’Entova 3329m cresta Sud ovest e il ritorno dell’alpinismo classico

3 giugno 2017

Se pensiamo alla qualità non eccelsa della roccia, al lungo avvicinamento da Chiareggio e alle modeste difficoltà tecniche, neppure contemplate in un corso d’arrampicata sportiva per principianti, l’idea di percorrere questa cresta, salita per la prima volta nel 1910, non dovrebbe essere nemmeno presa in considerazione.

Eppure è solo affrontando salite come queste, lontani da percorsi affollati, che cancelliamo quella sovrabbondanza di emozioni inseguite sulle vie più gettonate, che soddisfano solo per un attimo i nostri desideri di conquista, ma a volte impediscono di contemplare più vasti orizzonti.

Qui si rafforza la sensazione di non gettare via il tempo in “attività d’evasione”, fatte per “ammazzare il tempo”, ma si sperimenta la possibilità di rinunciare per una giornata alle questioni ordinarie, per rientrare ritemprati, pronti ad affrontare le sfide quotidiane.

E’ tempo di arrampicare

26 maggio 2017

Quando le giornate si allungano e la chioma conica degli abeti si colora di un verde intenso, l’arrampicata ritrova il suo senso autentico di esplorazione di infiniti campi d’esperienza, lontana da qualsiasi recinto.

Provare a superare da soli le difficoltà in natura e all’aria aperta può fornire nuove prospettive. Scalare significa abbandonarsi alla libertà di movimento, dar spazio all’innato desiderio di scovare nuove cose, assumendo consapevolezza e percezione di sé.

 

Formazione in ambiente: togliere il superfluo, iniziare a percepire.

25 maggio 2017

Il vento soffia da nord, grandi nubi si rincorrono sopra i pascoli dell’Alpe Ventina appena liberi dalla neve.

Il gruppo si muove in uno spazio di grande bellezza che esercita un irriducibile richiamo.

Quasi senza accorgersene, nell’esperienza condotta ai limiti del ghiacciaio, si attraversa l’azione del fare ricerca, che attiva un apprendimento trasversale e permanente.

La mappa del racconto invita a cercare, distinguere, scoprire qualcosa precedentemente celato.

In mezzo si avvia uno sforzo personale e diverso per ciascuno, ma che accende il desiderio di procedere, favorendo il contatto diretto con gli elementi della natura.

Sperimentare

21 maggio 2017

Portare la “montagna” all’interno dell’Experiential Training BarCamp, la prima non-conferenza in Italia sulla formazione esperienziale, mi appariva come un azzardo, paragonabile almeno al percorrere una cresta sottile ed esposta. Mi accompagnava il pensiero che la proposta potesse tradursi o essere interpretata come una modesta composizione ginnica condotta sull’erba di un prato.

Con piacere ho invece sperimentato la possibilità di attivare un incontro fuori dai ruoli ed emotivamente coinvolgente. Grazie a tutti coloro che si sono legati “in cordata” ed hanno consentito che ciò accadesse!

E grazie ai racconti di Reinhard Karl, Luciano de Crescenzo, Guido Rossa, Bernard Amy, che ci hanno indicato la via, permettendo a tutti, indistintamente, di trovare la propria montagna. Interpretandoli ed ascoltandoli assieme si è scatenato un immaginario magico che ci ha condotti in un “altrove”, dove poterci slegare dal ruolo di semplici spettatori per trasformarsi in veri e propri soggetti attivi della narrazione.

Nell’immagine: la montagna rivoluzionaria e fantastica di Moebius

 

Correre

20 maggio 2017

Il pascolo è morbido e l’erba appena spuntata. Si alternano brevi saliscendi nel bosco, tra radure, rocce montonate e piccole torbiere. In discesa mi abbandono, piacevolmente attutito dagli aghi di conifera che ricoprono il sentiero. Il torrente rinfresca l’aria e si sta bene.

Correre vicino a casa non ha la solennità di una scalata, si resta nella dimensione del terreno conosciuto e si ha sempre una possibilità di ritorno in caso di maltempo, d’indecisione o di stanchezza. Ma bastano pochi minuti e i luoghi giusti per provocare un cambiamento radicale dell’umore.