Segni

19 Agosto 2026

È tornato il fresco, o almeno una parvenza di normalità nelle temperature. Oltre i 3000 metri la berretta torna utile.

L’aria è pulita, una brezza da Nord sposta le nubi e una coppia di gipeti veleggia attorno alla piramide scura dello Scalino. I corvi, chiassosi, li allontanano.

Nuovi laghi e grandi dorsi di balena sono emersi dove fino a poco tempo fa c’era il ghiaccio.

La luce radente mette in risalto ogni asperità; nuvole grigie passano basse sulle cime.

L’acqua di fusione scorre ancora, raccolta lungo la sinuosa bédière che si allunga sulla superficie grigia, coperta di detriti. Di neve residua, non c’è praticamente più traccia.

Più in basso, i pascoli d’alta quota hanno già il colore di settembre, steli d’erba alti, gialli e rossicci, mossi dal vento.

Chissà se il tritone alpino è sopravvissuto al disseccamento esteso delle zone umide.

Il solito caos geologico: pieghe nei marmi e negli scisti, lobi del rock glacier  in lontananza. Una palina ablatometrica schiantata, come il ghiaccio dentro cui era infissa.

La salita continua dentro questo paesaggio che cambia sotto gli occhi, dove il ghiaccio si fa roccia.

Appunti dopo una salita

16 Agosto 2026

Ricordare la salita con alcune note significa non tanto voler catalogare o classificare la scalata.

Sono pensieri affidati alle parole e fissati sulla carta: i primi raggi che illuminano la pietra, appigli rugosi, un vecchio mazzo di chiodi lasciato da qualche cordata decenni fa nascosto tra pietre e campanule, nuvole di vapore che salgono dalla valle, ghiacciai esausti, sassaie rugginose.

Entrano intimamente nei nostri ricordi. Un piccolo rito che rafforza la sensazione di far parte di questa bellezza.

Piccole storie che aiutano a ridarci un po’ di respiro

Sopra un masso, sotto le stelle

15 Agosto 2026

L’Orsa Maggiore è lì, sopra di noi.

Una serie incredibile di stelle cadenti lascia la scia proprio lungo la linea che unisce Phecda e Merak, la base del Grande Carro. Continuano per un bel po’, poi le palpebre si chiudono.

Il nostro giaciglio è sopra un grande masso piatto, con la volta celeste per soffitto.

Siamo arrivati quassù nel giorno dell’eclisse, attraverso un bosco di larici contorti e segnati dal tempo, circondati da nuvole nere. Durante il temporale abbiamo trovato riparo in una vecchia stalla e aspettato che passasse.

La fine del giorno è il tempo che normalmente ci perdiamo in montagna.

Perché siamo già sulla via del ritorno, o abbiamo raggiunto un rifugio, o perchè la giornata, in qualche modo, è finita.

Solo il bivacco permette di attraversare il crepuscolo in ogni suo istante.

Si esplora lo spazio, si cerca il posto migliore per la notte, quello da cui poter guardare il cielo con il naso all’insù.

Forse cercare luoghi e istanti vale più di tante salite, di quelle che tante volte ci fanno illudere di aver viaggiato in alto per davvero.

Qui la meta non è ben definita.

Il viaggio migliore, non necessariamente lontano, forse esiste quando per un poco ci siamo privati delle nostre abitudini e siamo riusciti a separarci dal consueto.

Non c’è nulla di rassicurante che aiuti a rendere “delizioso” il soggiorno, eppure riaffiorano le sensazioni legate agli spazi attraversati, agli odori, alla luce, al temporale, al fresco della sera, alle diverse scansioni della giornata.

Forse vale la pena trattenere nella memoria ciò che abbiamo incontrato, invece di affidarci soltanto alle immagini.

Decine di fotografie scattate sono ormai una sorta di protesi del viaggiatore.

La memoria, invece, trattiene la luce che rimane dopo.

Tradizioni d’agosto

11 Agosto 2026

Agosto è il mese delle vacanze, delle sagre e delle feste.

Quest’anno, a giudicare dai manifesti, proliferano assai più dei porcini, che con questo caldo sembrano avere scelto una dignitosa latitanza.

Non c’è paese, frazione, rione o contrada che non abbia il suo appuntamento.
Una sera insieme, tra socialità, musica, tradizione, convivialità.
L’incontro fra chi qui ci vive e chi qui è venuto a trascorrere qualche giorno.

Tutto molto bello. E infatti si comincia con la polenta.

Poi arriva la salsiccia, in quantità tale da mettere in difficoltà persino la statistica, le griglie lavorano alacremente e il loro profumo si spande per il paese, richiamando gli affamati con un’efficacia che nessuna strategia di marketing potrebbe eguagliare.

Sotto i tendoni si mangia, si chiacchiera, si beve, si incontrano vecchi amici, parenti, villeggianti.

La montagna, per una sera, è tutta lì.

Anche la tradizione fa la sua parte. Un po’ di dialetto, qualche prodotto “tipico”, la ricetta della nonna opportunamente ripassata per l’occasione.

E torna puntuale la sana rusticità alpestre, ormai sparita dalla realtà, ma immancabile nelle feste.

Poi cala il sole e sale la musica.

Il liscio lascia spazio a una dose generosa di decibel, che aiuta a smaltire la luganega e tiene le parole in secondo piano. Seguono dj set, compilation estive e repertori capaci di mettere d’accordo generazioni altrimenti lontanissime.

O quasi. Perché c’è un momento in cui nonni e nipoti sono ancora allo stesso tavolo.

Poi i nonni si ritirano e i nipoti restano. La festa cambia pubblico.

A quel punto il bicchiere passa di mano con grande naturalezza.

Birretta, calice, genepì, Braulio.
Il cicchetto è uno dei riti della festa, quelli che si imparano presto e si tramandano senza bisogno di spiegazioni.

Nessuno sembra farci troppo caso.

Domani qualcuno raccoglierà i bicchieri, sposterà i tavoli.

Qualcuno laverà anche il pavimento.

La montagna tornerà tranquilla.

Fino alla prossima festa.

Là fuori

9 Agosto 2026

Venerdì sera, a Sondalo, abbiamo parlato di montagna, sicurezza, rischio, libertà, di quella strana necessità che ci porta ad andare là fuori, dove le cose non sono mai completamente sotto controllo.

Grazie al Museo dei Sanatori di Sondalo per aver voluto inserire questa chiacchierata nel programma degli incontri culturali del museo, e grazie a Luisa Bonesio, direttrice del museo e studiosa rigorosa e originale delle trasformazioni del paesaggio, per aver creato lo spazio perché questo confronto potesse avvenire.

La carne dell’orso prende spunto dal racconto di Primo Levi: il ricordo di un bivacco imprevisto, di una notte assai difficile in montagna e di quella particolare libertà che nasce quando ci si trova fuori dal recinto delle proprie certezze.

Ne abbiamo parlato a lungo, cercando di capire che cosa stiamo davvero cercando quando andiamo in montagna.

Piacere? Esposizione? Incertezza? Sorpresa? La possibilità di sbagliare, dover cambiare piano, accorgerci che il mondo non coincide con quello che avevamo previsto.

E qui, inevitabilmente, il discorso è finito sulla montagna di oggi.

Perché mentre continuiamo a parlare di sicurezza, accessibilità e di esperienze da offrire e di turismo, la montagna sta cambiando sotto i nostri occhi.

In queste ultime settimane il caldo ha reso evidente qualcosa che ormai non possiamo considerare soltanto una questione scientifica o ambientale.

Non è soltanto una montagna più pericolosa, ma più difficile da riconoscere.

Eppure continuiamo spesso a comportarci come se nulla fosse.

Come se la montagna potesse essere resa sempre più prevedibile, organizzata, attrezzata, consumabile, simile a un enorme centro commerciale planetario, climatizzato e aperto ininterrottamente, dove ogni esperienza deve essere disponibile, sicura, accessibile e possibilmente già confezionata.

Forse dovremmo invece tornare a riconoscere il valore di ciò che non possiamo completamente controllare.

Non per cercare il pericolo, né per esaltare il rischio, ma per imparare nuovamente a leggere ciò che cambia.

Grazie a chi venerdì sera c’era, a chi ha ascoltato, discusso e aggiunto un pezzo alla conversazione.

Il fresco perduto

6 Agosto 2026

Forse non avevamo mai vissuto, con questa frequenza e per periodi così lunghi, un caldo capace di togliere piacere persino a una giornata in montagna.

Troppo caldo per camminare, per salire una vetta. Ghiacciai disfatti, sete e sudore già negli avvicinamenti.

Persino l’arrampicata, sulle pareti disseminate a ogni quota, perde qualcosa. Anche all’ombra il grip scompare.

Sono disagi modesti, ma basta guardarsi intorno per capire che raccontano molto altro: fiumi e laghi in sofferenza, incendi, versanti sempre più instabili, piogge brevi e violentissime che innescano devastanti colate di detriti.

Mi domando se questo caldo, arrivato ormai fin quassù, possa almeno incrinare l’illusione di abitare un luogo in qualche modo al riparo.

Per molti la fatica climatica non è un disagio incontrato in vacanza. È la vita di ogni giorno.

È il raccolto che salta, l’acqua che manca, il lavoro sotto il sole dei campi, il viaggio forzato attraverso il Mediterraneo, gli incendi che tornano ogni estate.

Noi, tra montagne fresche e ricche d’acqua, abbiamo potuto permetterci di considerarlo lontano.

Forse è finita anche questa distanza.

L’industria del selvaggio

5 Agosto 2026

Siamo tutti clienti. Prima o poi.

Arrivano sempre più spesso proposte allettanti dal meraviglioso mondo dei brand outdoor: programmi dedicati, sconti esclusivi, condizioni riservate ai professionisti.

Piccole attenzioni che fanno piacere, naturalmente. Chi non ama acquistare un capo tecnico risparmiando qualche euro?

Poi però capita di leggere le parole con cui veniamo interpellati.

“Vi contattiamo in quanto organizzazione attiva nel settore dell’industria outdoor”.

E qualcosa comincia a stonare.

Industria outdoor?

Io che pensavo di essere una guida alpina. Una persona che accompagna dentro un mondo incerto, che prova a interpretare un ambiente non addomesticato, che dovrebbe forse aiutare a coltivare autonomia, capacità di scelta e attenzione verso i luoghi.

Invece scopro di essere un operatore dell’industria outdoor.

Una categoria ampia, naturalmente. Tutti dentro: guide, istruttori, soccorritori, addetti agli impianti, personale dei comprensori, palestre d’arrampicata, media, associazioni.

Ognuno con il proprio ruolo, la propria dignità e il proprio lavoro.

Ma proprio questa inclusione universale dovrebbe far riflettere. Quando tutto entra nell’industria, tutto rischia di assumere lo stesso linguaggio: utenti, consumatori, target, mercato.

Le esperienze diventano prodotti, i professionisti diventano canali di diffusione.

È già successo da tempo.

Resta però una piccola inquietudine. Se anche chi dovrebbe accompagnare le persone nel rapporto con il selvaggio viene definito prima di tutto come parte dell’industria che trasforma e vende quel selvaggio, forse qualcosa si perde.

Per fortuna i miei vecchi gusci, scarponi e giacche continuano a durare parecchio.

Li sostituirò quando sarà davvero necessario.

Non quando me lo suggerirà una nuova collezione.

Prendersi cura

4 Agosto 2026

Si pensa spesso che una guida alpina debba condurre, portare in cima, trasformare un progetto in un successo.

Forse il suo compito potrebbe essere un altro: prendersi cura.

Prendersi cura non significa soltanto scegliere un itinerario, ma orientare le aspettative, leggere ciò che non compare nelle relazioni tecniche, tenere insieme il desiderio di chi condivide la cordata, le condizioni della montagna e il proprio modo di abitare il rischio.

Ci sono rinunce che nascono dalla paura, dalla fatica, oppure dall’impreparazione.

Altre ancora potrebbero nascere dalla cura.

La cura di non spingere una situazione fino al limite solo perché sarebbe possibile farlo, di riconoscere che esperienza e anni cambiano il modo di stare in montagna, e che questo cambiamento non rappresenta necessariamente una perdita, ma può diventare una diversa forma di responsabilità.

La cura non elimina il rischio. Nessuna esperienza in montagna può farlo; può però modificare il modo di affrontarlo.

Qualche giorno fa mi sono trovato a scrivere queste righe a un amico.

Ciao Giovanni, buongiorno.

Ci ho pensato con calma e, in tutta onestà, non me la sento di affrontare la salita che hai proposto. Mi dispiace, ma è una mia forma di attenzione, che il tempo ha reso più esigente. 

Ricordo bene la lunga e laboriosa discesa nel corso della nostra ultima uscita, e gli itinerari che hai proposto si sviluppano su un terreno ancora più complesso e instabile.

Non è assolutamente un giudizio tecnico: so benissimo che hai tutte le capacità per affrontare quelle pareti.

È semplicemente una mia ricerca di margine, che oggi comprende anche i tempi e la qualità della discesa, oltre alla salita.

Ci ho riflettuto un po’ perché non volevo risponderti d’impulso, ma preferisco ascoltare quello che mi suggerisce l’intuizione. Ti ringrazio davvero per aver pensato a me.

Forse anche questo rientra nel prendersi cura, riconoscere che, qualche volta, la decisione migliore non è trovare il modo di partire, ma avere la libertà di cambiare direzione.

Il Bernina che non riesco più a salire

3 Agosto 2026

“Perché non sali il Bernina con queste giornate magnifiche?”

È una domanda che mi sento rivolgere spesso.

Ho già raccontato quanto il ritiro dei ghiacciai e le temperature sempre più alte rendano le salite in quota più complesse e oggettivamente più pericolose.

Ma c’è un’altra ragione, forse quella che pesa di più.

È difficile spiegare cosa si prova tornando su una montagna con cui sei cresciuto, trovandola irriconoscibile. Il Bernina, ultimo Quattromila delle Alpi verso Est, per me è sempre stato un gigante di ghiaccio. Oggi, in molti tratti, prevalgono rocce arse e ghiacci esausti.

Continuare a salirlo come se nulla fosse mi riesce sempre più difficile. Non per nostalgia, ma per rispetto.

Preferisco custodire anche questo ricordo, il Bernina di pochi anni fa, quando una nevicata estiva era ancora capace di restituirgli il volto che gli apparteneva. Non un ammasso di sassi, ma una montagna di ghiaccio.

Nelle immagini, l’estate del 2014 e quella di questi giorni trovata in rete. Non servono molte parole.

Diamo forma a quel che non si vede

2 Agosto 2026

In fondo prendiamo coscienza di quello che ci circonda attraverso il sentire. Il sentire precede il sapere.

Le risonanze percettive sono e restano il modo più immediato per capire quel che sta accadendo attorno a noi.

In montagna ci permettono di registrare il presente e, da qui, decidere ogni nostra azione e comportamento. Immagini, suoni, profumi, contatti e sapori ci restituiscono il senso di quel che stiamo attraversando.

Ognuno si muove in un proprio universo di sensi, legato alla propria storia personale e all’educazione che ha ricevuto. C’è il bosco dell’indigeno, del bracconiere, del turista distratto, di chi si è perso. La foresta del cercatore di alberi, ma anche quella degli animali che la abitano e delle piante stesse.

Non esiste una verità del bosco, ma una moltitudine di percezioni, tutte diverse.

Così come non esiste un intorno che possa essere restituito soltanto attraverso un’immagine, dove la vista diventa il riferimento principale.

Proviamo a dare forma anche a quello che non si vede.

Leggere la montagna, un laboratorio per allenare l’attenzione.

Chiareggio, 1 agosto 2026.