Il letto asciutto del torrente è un invito al gioco. Avete mai visto un bambino non attratto dai sassi del greto? Macigni e ciottoli, sabbia e ghiaia, orizzonti stratificati dal tempo e dall’energia delle piene che diventano uno spazio libero di gioco.
Ben diverso dalle tristi “sabbiere” dei parchi urbani, presto trasformate in toilette per cani, qui tutto è scoperta.
I bambini esplorano i sassi, li mettono in tasca, oppure li selezionano in base al colore, alla forma, a ciò che richiamano: mostri o animali o altre fantasie.
Presto compaiono costruzioni dal senso stravagante e immaginifico. Una scultura per ogni bambino. Si comincia e non si finisce più.
Un sorriso per ognuno, una biblioteca di rocce, una connessione sul campo che inventa una scuola nuova.
Per millenni questi luoghi sono stati evitati dagli uomini.
Spazi di paura e di sgomento, popolati da draghi.
Poi, a partire da un paio di secoli fa all’incirca, questi stessi spazi orrendi hanno iniziato ad essere intenzionalmente attraversati. Non solo per un’immediata utilità pratica, per cacciare un camoscio, scrutare dall’alto un nemico, cercare un cristallo nella roccia, e neppure soltanto per scopi di studio e ricerca scientifica, ma per esplorare la loro intensa e coinvolgente bellezza.
La ricerca del “sublime”.
Quell’inatteso piacere, misto a terrore, che ancora alimenta il nostro girovagare negli ambienti selvaggi, a prescindere dalla difficoltà.
Quella progressiva familiarità con l’esposizione al pericolo, nella quale la responsabilità individuale e la capacità di proteggersi diventano l’unica via d’uscita.
Un’esperienza che, in fondo, impedisce la rassegnazione di fronte alla routine di ogni giorno, entra nei risvolti di molteplici strategie educative, modella il corpo e la mente. Per questo mettere i ramponi per la prima volta sul ghiacciaio del Morteratsch non significa solo imparare a conficcare correttamente le punte, disporli di piatto o di punta, impugnare la picca e sperimentare la cordata.
Vuol dire attraversare una piccola esperienza del sublime, ancora necessaria anche oggi, mentre siamo travolti dall’egemonia della tecnica, come nel tempo dei Lumi.
Davanti a me il Bernina, con un fazzoletto di ghiaccio rimasto dopo un’estate bollente.
Sono sul ciglio della grande frana del Torreggio per le consuete misure periodiche che ne monitorano l’evoluzione. Accendo l’antenna GPS e attendo.
Un’ora di acquisizione.
Un’ora a guardare il Bernina e le montagne attorno.
C’è silenzio, poco vento, gli insetti ronzano nell’erba. Tolgo lo zaino e il sole asciuga la schiena bagnata.
Quando si sta fermi abbastanza a lungo, l’udito si affina. Dai torrenti arriva un suono continuo, di fondo. Ogni tanto un motore, una ghiandaia.
Poi un altro rumore, simile a quello dell’acqua ma più ritmato. È lo stabilimento dove si trattano i minerali di talco.
Più lontano, due mine. Arrivano dalle cave di serpentinite e gneiss della testata della valle.
La montagna, da sempre, è anche un giacimento. Acqua per produrre energia, pietre e minerali per gli usi più diversi.
Intanto il traffico è poco. I turisti sono tornati al piano.
Restano concentrati nelle feste, nei fine settimana.
Ma i flussi non sono soltanto quelli delle automobili.
Ci sono i turismi e gli eventi, grandi e piccoli, che entrano nella cultura dei luoghi e la trasformano. Ci sono i capitali, le imprese che risalgono la valle come salmoni, le parole degli investimenti territoriali integrati.
Parole che arrivano sempre da lontano.
E flussi che passano, attraversano, trasformano. La montagna diventa scenario, superficie disponibile, luogo da occupare con nuovi significati.
E intanto ci si dimentica dove siamo.
Un territorio ridotto a distretto alpino, senza più una misura propria. Comuni spesso polverizzati, ciascuno a rincorrere la propria piccola promessa di sviluppo.
Le “valorizzazioni” si moltiplicano, il marketing prende il posto dello sguardo.
E i flussi continuano a passare.
Le comunità restano a gestirne le conseguenze. Centri commerciali sempre aperti, servizi a singhiozzo, pensionati che superano gli attivi.
La cura si assottiglia, anche se non scompare.
Una glaciazione demografica, mentre i ghiacciai si estinguono.
Ma rimane nei gesti di chi ancora guarda, ascolta, conosce.
Partiamo presto, forse un po’ troppo presto, ancora con l’orologio dell’estate.
All’attacco la parete è ancora in ombra. Il disco del sole lambisce una sella, poi si rintana dietro la punta del Pizzo Rachele. Risaliamo allora per un poco il canalone che un tempo era il letto del ghiacciaio della Vergine, per scaldarci e cercare il sole.
Tre coppie di camosci sfrecciano davanti a noi. Fischiano allarmate, poi si fermano più in alto a controllarci; sono tutte femmine con il piccolo, ormai cresciuto, pronto per l’inverno.
Mangiamo un po’ di frutta secca e una piccola mela selvatica raccolta la sera prima a valle, storta ma buona, poi qualche movimento per sciogliere le gambe, mentre aspettiamo che il sole arrivi sul primo tiro di corda.
È un tempo che di solito saltiamo, quello prima di cominciare, quando la parete è ancora soltanto davanti a noi.
Ecco, comincia a rischiararsi.
Ci avviciniamo. Arriva il primo raggio, illumina la roccia e finalmente la scalda. Lasciamo le scarpe da avvicinamento, ancora umide, ad asciugare. Ci leghiamo, si parte, si scala.
Il sole ci insegue. O forse siamo noi a inseguire lui, tiro dopo tiro, lungo questa linea esposta a nord-est dove il raggio arriva sempre di sfuggita. Il sole entra ed esce dalla parete mentre noi continuiamo a salire.
Di fronte, il profilo della nostra montagna si allinea quasi perfettamente con le fessure e i diedri del Pizzo Ventina.
Dopo qualche lunghezza, le colossali morene laterali del Ventina sono sotto di noi e, quasi nascoste nella pietra, compaiono le tracce di un’altra storia: i ruderi delle casupole minerarie più remote della vallata, agli imbocchi dei cunicoli dove veniva estratto l’amianto.
Intanto il serpentino si fa sempre più ripido e ruvido.
Ci sono montagne che si attraversano seguendo un sentiero e altre che chiedono di essere cercate.
Pareti a picco, gole profonde, rocce nate sui fondali di un antico oceano e trasformate nel lungo viaggio che ha portato alla formazione delle Alpi.
Qui la geologia e la storia degli uomini si sono incontrate in modo particolare.
Dentro queste rocce sono rimaste le tracce di una lunga stagione mineraria. Cunicoli, cavità, camminamenti, muri ciclopici, vecchi villaggi minerari, dove lentamente la vegetazione e gli smottamenti stanno cancellando ciò che per generazioni è stato luogo di lavoro.
Amianto
Per quasi due secoli, in Valmalenco, è stato estratto il crisotilo, fino nei luoghi più remoti e difficili della valle. Per molti abitanti rappresentò lavoro e sostentamento, un’alternativa all’emigrazione. Il minerale doveva poi essere portato a valle e per molti decenni quel trasporto fu affidato anche a donne e bambini.
Prima dell’elettricità e delle strade, la montagna si attraversava in altro modo.
Per sentieri improbabili, con muri costruiti dove sembrava non potesse stare nulla, lungo i tracciati delle vecchie teleferiche, accanto a strutture che raccontano un modo ormai scomparso di muovere uomini e materiali.
Oggi molte di quelle tracce sono difficili da vedere.
Bisogna fermarsi, cercarle, imparare a riconoscerle.
Non una visita alle miniere, né una semplice escursione mineralogica.
Un cammino dentro una montagna dove la roccia racconta la propria storia e, insieme, quella di chi l’ha lavorata.
E poi ci sono i pèerli.
Così venivano chiamati in valle i piccoli cristalli di demantoide, una varietà verde del granato, che si trovava nelle stesse serpentiniti dell’amianto. Per molto tempo furono considerati semplici impurità e finivano a martellate insieme alle fibre. Poi qualcuno si accorse che quelle piccole gemme potevano essere tutt’altro che scarti.
Chissà se durante questa nuova Geo-ascensione ne incontreremo uno.
Ma forse è proprio questo il bello di andare a cercare.
Proveremo a leggere questa montagna con occhi curiosi e, per qualche ora, con quelli di chi qui ha lavorato prima di noi.
Non tanto per trovare qualcosa, quanto per imparare a riconoscere ciò che è rimasto.
Lo vedo ogni volta che accompagno un gruppo in natura, ma forse soprattutto quando le persone arrivano dalla loro quotidianità lavorativa e si trovano a condividere uno spazio che non è stato costruito per loro.
All’inizio ciascuno porta con sé il proprio ritmo, le proprie abitudini, il proprio modo di guardare. Poi, poco alla volta, qualcosa si sposta.
La grammatica dell’adesso prende il posto di quella consueta.
Si comincia a vedere.
Le rocce nude, diverse una dall’altra. I torrenti, le morene, i laghi. I ghiacciai, dove ancora resistono. Gli spazi che si aprono oltre il limite del bosco.
E gli ultimi alberi.
Larici e cembri che affondano le radici tra i macigni. Un patriarca di mille e più anni, davanti al quale la nostra misura del tempo perde significato.
La natura non ci sta aspettando e non ci sta offrendo una lezione.
Semplicemente è lì.
Per attraversare questi luoghi bisogna prestare attenzione, decidere, aspettare, cambiare passo.
A volte fermarsi.
È qui che la formazione diventa interessante.
Non ci sono l’aula, le slide, gli esercizi costruiti a tavolino. Non c’è bisogno di simulare una situazione per osservare come ci comportiamo dentro una situazione.
La situazione c’è.
Una salita, un passaggio più impegnativo, una traccia da leggere, la fatica che arriva. E soprattutto gli altri.
Persone che si conoscevano attraverso un ruolo, una funzione, qui diventano semplicemente compagni di cammino.
Quando lo sguardo viene preso dalle cime, dalla luce più radente dell’autunno in arrivo, i pensieri abituali sembrano perdere per qualche ora la loro presa.
Ci si accorge che si può stare dentro una situazione senza doverla controllare tutta.
Forse è questo che due giornate in natura possono offrire a un gruppo di lavoro.
Non una parentesi dalla realtà, ma un modo diverso di guardare, ascoltare e decidere insieme.
La concezione del bello, si sa, è qualcosa di mutevole.
Basta che funzioni, si dirà. Ma qui non è nemmeno detto.
E si vede.
Così, nel centro storico del paese, accanto alla volta e alla fontana di granito, proprio a ridosso del vecchio nucleo, si piazzano i fiammanti nuovi cassonetti per la raccolta differenziata.
Dinanzi a quel che rimane dell’antica chiesa riformata, edificata intorno al 1608 e poi trasformata in abitazione del cappellano nel ’700, ancora contornata da affreschi.
Intento lodevole, il cassonetto, meno la scelta dei luoghi dove piazzarli.
A confronto il graffitismo è arte, la cartellonistica pubblicitaria poesia, le antenne per la telefonia mobile scultura.
Qui il malessere da sovrastimolazione visiva deborda. Il brutto fa male?
Se lasciamo che quel poco che resta del centro storico di Chiesa in Valmalenco, già in gran parte soffocato dall’affastellarsi di condomini osceni, venga deturpato da elementi incoerenti, aggiungiamo altro rumore. Senza nemmeno accorgercene.
Ma forse il paesaggio interiore di chi decide è diventato così estraneo a quello dei luoghi da manco rendersene conto.
Inquinamento visivo: alterazione di una qualsiasi unità spaziale ad opera di agenti incongrui, sgradevoli per la vista e tali da generare malessere.
P.S. Il demonio affrescato sul fianco dell’edificio, con il suo cartiglio, sembra quasi aspettare l’occasione per mandare al diavolo chi ha deciso di piazzare proprio lì quei cassonetti.
La cappellania abbellita dai cassonettiCartolina primi del ‘900 con il vecchio nucleoSotto la volta centinata, tra angeli, santi, la Madonna, Gesù Cristo disteso, Dio Padre e la colomba dello Spirito Santo, compare sulla destra il demonio con il suo cartiglio.
Saliamo verso il mondo di granito, già percorso eppure ogni volta sorprendente.
Aspettiamo il pomeriggio per metterci in cammino, cercando di schivare almeno un poco la coda di caldo che non si allenta.
La piana del Porcellizzo, al tramonto, è la solita perla che riesce ancora a stupire.
Da lì in poi tolgo le scarpe e salgo piano, per gustarmi ogni passo.
Duemila metri di dislivello per arrivare, l’indomani, alle due semplici lunghezze finali, tra le più belle del Masino.
In cordata, tra cammino e scalata, si alternano pause e azione. Fluiscono chiacchiere e silenzi.
A un certo punto arriva una musica.
Il mio compagno di salita canticchia Alle prese con una verde milonga, con quel ritmo ipnotico, da musica arcana della pampa. Una verde milonga, qui tra tanto granito.
Finché Atahualpa o qualche altro Dio non ti dica: Descansate niño, che continuo io…
Diventa la colonna sonora della scalata.
E continua a risuonare anche il giorno dopo, quando siamo già lontani da quelle rocce.
Il Disgrazia è nudo come non mai. Come cicatrici, le strutture delle rocce sono visibili a distanza.
Il cammino notturno lungo il filo affilato della morena si interrompe per l’incontro ravvicinato con una pernice, nella sua livrea d’estate.
Per la prima volta da settimane, all’alba troviamo un velo di verglas che tiene insieme il detrito. Quasi provvidenziale, perché il breve tratto di ghiacciaio, ormai allo stremo e irriconoscibile, richiede una gimcana ai margini, tra rocce rotte e instabili, con blocchi freschi, ingentiliti da sorprendenti patine minerali.
La luce di settembre fa il resto. Una salita senza incontri umani, una leggera brezza da nord che dà spessore al silenzio. Tutto si imprime nella memoria più che nei pixel del telefono.
Luci di sbieco, mille profili delle vette lontane. Il ritmo fluido, la corda che scorre senza strappi.
Poi l’abbraccio in cima. L’approdo al rifugio, lindo e accogliente, per una zuppa.
Infine la discesa al fondovalle, un tuffo nel sole fino all’abluzione rigenerante nei meandri del torrente.
Dopo più di trent’anni, a inizio estate, ritorno al Plateau Rosa, al rifugio Teodulo. Ci ero stato ai corsi guida, poi mai più.
Filippo, un amico fotografo, mi chiede di accompagnarlo sul ghiacciaio, per cogliere il primo raggio che illumina la Gran Becca. È pur sempre la vetta iconica per eccellenza, ha un senso.
Alla cordata si aggiunge Simone, antropologo e regista documentarista.
Accetto, anche se l’idea di immergermi in quel caos d’alta quota non mi entusiasma. Ma ci muoveremo di notte in salita, ai margini dei traghetti di popolo di sciatori e alpinisti.
Lo sbarco al Plateau Rosa, nel pomeriggio, è surreale.
Il ghiacciaio dei miei ricordi è scomparso, sprofondato in basso. Gli impianti sono fermi a quell’ora e la presenza umana ormai rarefatta, ma il groviglio di funi, collegamenti aerei, mezzi battipista e ruspe ferme ai margini delle piste è impressionante.
Il vecchio rifugio non esiste più, oggi è ristrutturato, più al servizio dello sci che dell’alpinismo.
Il silenzio della notte un poco riappacifica con la montagna. Nessuno, a quell’ora, si muove, vista la comodità dell’accesso che consente le ascensioni in giornata.
Saliamo su, sul filo dei quattromila. Filippo coglie il tiepido e assieme sfolgorante raggio che illumina la montagna, già nera a inizio estate per il caldo bestiale.
Poi continuiamo fino alla vetta del Breithorn, per rientrare prima dell’ora degli aperitivi, giù al Breuil.
E qui lo stacco si fa brutale.
Le cabine volteggiano sopra la testa, gli ski-lift girano, gli sciatori si spianano su una superficie di neve già a chiazze a inizio estate. I mezzi d’opera spostano neve nel tentativo vano di tappare i buchi.
Incrociamo cordate a sciami, dirette al trofeo dei 4000.
Fa un caldo incredibile. Alle nove di mattina si affonda, non vediamo l’ora di fuggire. Loro salgono, sono appena all’inizio.
Riguadagniamo la partenza della cabina. Un tapis roulant, steso sul ghiaccio grigio e sulle pietre, riporta su gli sciatori.
Intorno, tubi, antenne, macerie.
Due turisti, seduti tra quei resti, sono saliti quassù a cercare bellezza.
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