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Mente e cuore

martedì, 13 febbraio 2018

Nessun attimo della nostra esperienza condotta negli ambienti naturali è privo di collegamento tra meccanismi di elaborazione delle informazioni e le nostre emozioni.

Oltre ad accedere all’attenzione e alla memoria, in montagna sperimentiamo di continuo delle vive sensazioni. Quanto ascoltiamo i segnali delle nostre emozioni? Perché l’attenzione è tendenzialmente orientata al richiamo di ragguagli e insegnamenti, mentre tendiamo a trascurare o a nascondere l’altrettanto importante sfera delle emozioni?

 

Quale guida?

giovedì, 8 febbraio 2018

Chi si rivolge ad una guida spesso lo fa per essere accompagnato ed imparare le tecniche relative a tutte le attività che si possono fare in montagna.

Forse non tutti sanno che accanto alla possibilità di imparare a muoversi con disinvoltura sulle rupi, conoscere ed adottare le migliori metodologie, esperienze ed ingegnosità pratiche, vi può essere anche l’opportunità di scoprire un mondo al quale gran parte delle persone hanno voltato le spalle.

Così le montagne possono trasformarsi in un rifugio prezioso, un toccasana contro gli aspetti disorientanti di un mondo che corre, spesso senza limiti, sino a diventare persino utili a soddisfare il bisogno crescente di un “ritorno a casa”.

Fare luce su dettagli minori, quelli che a prima vista possono sembrare di poco conto, non può che rendere più profondo il significato dell’esperienza.

E’ un’occasione per comprendere i luoghi, la loro identità, arrivando a cogliere non solo pochi istanti come un bel panorama o la foto di vetta da “postare”, ma estendendo la comprensione di quel che accade e ci circonda nel tempo, andando oltre la ricerca d’avventura e del fitness svolti entro scenari gradevoli.

La riattivazione di un’intimità fisica con gli ambienti attraversati, mentre arrampico, scio o cammino, consente di risvegliare un piccolo istinto selvatico dimenticato, l’unico capace di far cogliere più informazioni, per comprendere in profondità un territorio, senza dimenticare la dimensione “curativa” e benefica della relazione con spazi mai completamente decifrabili come le montagne.

le parole sono importanti

lunedì, 29 gennaio 2018

Le parole sono importanti.

Bastano pochi clic e attraverso vari dizionari on line mi appare sullo schermo una successione di definizioni e significati del termine “sicurezza” e “sicuro”.

“Condizione oggettiva esente da pericoli, o garantita contro eventuali pericoli”.

“Il fatto di essere sicuro, come condizione che rende e fa sentire di essere esente da pericoli”.

“Condizione di chi, di ciò che è esente da pericoli o protetto contro possibili pericoli”.

“La sicurezza (dal latino “sine cura”: senza preoccupazione) può essere definita come la conoscenza che l’evoluzione di un sistema non produrrà stati indesiderati”.

“Di luogo o di cosa che non presenta pericolo, dubbi, difficoltà”.

Tutti sappiamo che in montagna è impossibile rimuovere il pericolo.

Cadute, scivolate, scariche di pietre, valanghe, frane, tempeste e bufere, sono una condizione intrinseca del muoversi in natura. Non esiste alcuna possibilità di rimozione del pericolo, che permane, indipendentemente dall’esperienza e bravura di ogni frequentatore della montagna.

Allo stesso modo i dubbi e le difficoltà, seppure in misura variabile e personale, sono una presenza costante di ogni scalata o semplice escursione.

Come è noto la capacità di muoversi in sintonia con gli ambienti attraversati consente di percepire la tipologia e densità dei pericoli presenti e predisporsi ai rischi conseguenti, con  l’adozione di idonei comportamenti, ricorrendo alle migliori tecniche, all’allenamento, equipaggiamento e ai materiali più indicati.

Rischi che in tal modo andranno ad essere “gestiti”, con la consapevolezza che mai si potranno ridurre a zero.

Proporre  attività “sicure” in montagna è qualcosa di irrealizzabile così come promettere di frequentare la montagna in “sicurezza”.

Potremmo più correttamente limitarci a far vivere la montagna richiamandosi all’ intelligente cautela, al rispetto dei pericoli e pure al prepararsi alle cose che possono andar male.

Per questo è da preferire in ogni caso l’utilizzo del termine “protezione”, ovvero l’attività di chi difende, aiuta o favorisce in varî modi qualcun altro e se stessi, che non ha il fine della sicurezza (irrealizzabile) ma dell’aiuto a governare i pericoli che restano tali e non possono essere eliminati.

 

 

 

 

 

 

 

Titoli di giornale

lunedì, 29 gennaio 2018

Leggo titolo su quotidiano nazionale “Quattro morti in montagna in due giorni. L’esperto: mai senza equipaggiamento”.
Ancora una volta il messaggio principale della cronaca propone l’equazione: equipaggiamento=sicurezza.
Perché quasi mai si parla del comportamento, della predisposizione ad affrontare una situazione di pericolo inatteso o imprevisto? O della capacità di valutare il peggioramento di una situazione critica e delle decisioni conseguenti? Perché l’essere “presente” in uno specifico contesto non rientra nell’analisi principale dell’accadimento?

Neve incertezza e altre cosucce

giovedì, 18 gennaio 2018

Confesso che ho perso completamente il contatto con le ultime novità tecniche e i materiali proposti per lo scialpinismo. Ho visto in edicola una recente guida all’acquisto spessa come un vecchio elenco telefonico, ma non ha trovato spazio nella borsa della spesa.

Mi ha invece incuriosito un articolo pubblicato dall’American Avalanche Institute, dove si analizzano diversi aspetti legati al “fattore umano”, da cui si ricava che essere “esperti” nella tecnica e nelle scienze della neve automaticamente non ci trasforma in esperti nei processi decisionali.

Ho poi provato a ridisegnare, adattandolo, un grafico scovato in rete che descrive le “tre fasi dell’esperienza” che mi ha particolarmente colpito.

 

Piegamento e distensione!

giovedì, 11 gennaio 2018

Sono diventato maestro di sci alla fine degli anni ’80, con gli sci lunghi e stretti. Il testo tecnico di allora portava ancora la firma del gran capo degli istruttori Hubert Fink.

Piegamento e distensione erano un vero e proprio mantra che scandiva la vita dello sciatore, principiante e provetto, dalla virata a spazzaneve, dove si iniziava precocemente ad appoggiare il bastoncino combinandolo ad un’energica e plateale distensione verso l’alto, sino al raggio corto sul ripido, dove ci si piegava e distendeva come molle.

Non era semplice cambiare direzione e solo attraverso la “distensione”, con conseguente alleggerimento del carico sotto ai piedi, era possibile curvare, indirizzando gli sci verso una nuova traiettoria. Ricordo la perfetta esecuzione delle discese nei diversi archi di curva richiesta ai corsi esame, quasi un’ossessiva ripetizione di esercizi codificati sin nel dettaglio che non lasciava molto spazio all’interpretazione personale.

Forse anche per questo l’insegnamento secondo i canoni in uso non mi ha mai interessato molto, preferendo l’attività decisamente più libera e creativa legata al lavoro di guida alpina. Negli ultimi anni, con l’arrivo degli sci corti e sciancrati, tutto è diventato più semplice e quel vecchio movimento in verticale è praticamente scomparso dalle piste battute: con una semplice azione di “guida” dei piedi è possibile far cambiare direzione agli sci!

Quel che importa è che la perfezione, l’ordine e la sicurezza dei moderni attrezzi non arrivi a cancellare il piacere dell’utilizzo del corpo, privandolo della possibilità di sperimentare con consapevolezza un po’ di avventura, utile ad espandere le nostre potenzialità e conoscere i propri limiti. Sono convinto che sciare non sia solo un divertimento, ma un’occasione privilegiata per visitare la montagna d’inverno, dove la tecnica diventa un semplice mezzo per muoversi in silenzio, utile a conoscere gli ambienti naturali, evitando che diventino in misura crescente solo qualcosa da guardare e, in fondo, da ignorare.

Quale neve?

venerdì, 5 gennaio 2018

Snowflake Man

sabato, 30 dicembre 2017

Il più attento osservatore della neve di tutti i tempi non fu uno scienziato ma un agricoltore. Wilson Bentley, di Jericho nel Vermont (meteo odierno: -13 °C, vento NO a 2 km/h, umidità 63%), fu il primo uomo al mondo a fotografare la neve attraverso un microscopio. Per quasi mezzo secolo catalogò migliaia di cristalli di neve, ognuno diverso dall’altro. Con il suo libro Snow Crystals (1931) entrò a far parte del consesso scientifico mondiale. Grazie Andrea per lo splendido regalo!

“Vide nei fiocchi di neve quel che altri uomini non seppero vedere, non perché non potessero farlo, ma perché non ebbero la pazienza e l’intelligenza per cercare”.

A tutti i compagni di cordata

sabato, 30 dicembre 2017

Diamo forma a quello che non si vede

giovedì, 14 dicembre 2017

La vista diventa troppo spesso il nostro primo riferimento, a discapito di tutti gli altri sensi.

Proviamo ad ascoltare il suono degli sci nella neve nuova e profonda, quella vera. Una piccola esperienza utile a farci percepire l’estrema complessità della neve, degli innumerevoli cristalli che la compongono, sempre diversi l’uno dall’altro, a forma d’aghi, colonne o piastre esagonali.