Archivi per la categoria ‘Geo-alpinismo e geo-escursionismo’

“Preda bóna del Giuèl”

mercoledì, 17 ottobre 2018

La “preda bóna del Giuèl” (pietra buona per ricavarvi piode) non è solo una pietra buona per essere tagliata a fette. Poche decine di metri ci separano da enormi fronti di cava che si aprono sopra la valle.

Scalare su queste curiose forme, modellate dagli antichi ghiacciai, fa conoscere il lavoro “giovellài” (generazioni di minatori che per secoli hanno estratto le piode da questi luoghi) più di quanto si possa immaginare. Così si inseguono, arrampicando, le porzioni di roccia affiorante comprese tra i “tai maèstri” (fessurazioni principali), per poi afferrare i “tai segundàri” con andamento liscio “tai lis” o ricurvo “tai rudùunt”.

 

Focalizzare l’attenzione

lunedì, 8 ottobre 2018

E’ possibile focalizzare l’attenzione favorendo l’immersione nel mondo fisico che ci circonda. Attivare la ricerca di piccoli frammenti di colore bruno, concentrati lungo pochi metri di un sentiero d’alta montagna, può svelare un racconto inaspettato.

Si tratta di antichissime scorie di fusione derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti di rame sparsi in alta Valmalenco.

Recenti studi hanno svelato che sin dal VIII – V sec a.C. in vaste zone delle Alpi i minatori ricavarono il rame a partire da minerali di ferro e solfuri di rame, fusi direttamente in loco. Degli antichi forni fusori non vi è più traccia, mentre con occhio attento, percorrendo i sentieri, si possono ritrovare le scorie residuali costituite da frammenti di pochi centimetri, lisce e ricoperte da vacuoli, riconducibili alla prima età del Ferro. Segno che in epoca lontana tra queste montagne dovevano aggirarsi prospettori minerari, minatori e fonditori del minerale grezzo in quota.

 

Il lago Palù e la metamorfosi dei luoghi già noti

mercoledì, 8 febbraio 2017

Al termine del sopralluogo attorno alle rive del lago per mettere a punto un piccolo percorso di conoscenza della neve e delle sue infinite trasformazioni, mi ritrovo solo al crepuscolo, al centro del lago.

Ancora una volta mi accorgo che esiste un’armonia tutta da scoprire tra le possibilità di un paesaggio noto e conosciuto. L’escursione libera e silenziosa accresce l’attenzione e aguzza lo sguardo rendendolo sensibile alle variazioni dei più piccoli dettagli, trasformando luoghi familiari in nuovi spazi da esplorare.

 

Mappe del racconto all’Alpe Ventina

lunedì, 23 maggio 2016

Con i ragazzi della scuola Steiner-Walford di Latina mettiamo presto da parte la carta topografica, assai precisa e basata sulla geometria della griglia, che celebra la precisione, ma rinuncia al contatto e alla sensazione. Per questo andiamo a sostituirla con la “mappa del racconto”, per lasciar spazio allo stupore.

Questa è una cartografia fatta di persona, fondata su immagini vive, create da una prospettiva personale che si accorda con i ritmi, le caratteristiche dei luoghi e nasce con l’esperienza ed attenzione. Una mappa che prende forma dalle rupi, da larici contorti, ghiacciai e torrenti spumeggianti di primavera, che esalta la relazione con questo mondo e, alla fine, indica la via.

Geo alpinismo

sabato, 9 aprile 2016

L’alta montagna è uno degli ultimi luoghi di scoperta rimasti che abbiamo a portata di mano, dove ritrovare forme inusuali, colori sorprendenti e fenomeni naturali singolari.

Ghiacciai in movimento, pareti di granito e seracchi pensili creano luoghi di grande fascino che invitano all’avventura e alla conoscenza. La natura e la storia di questi fenomeni sono un argomento che può trasformarsi in una grande attrattiva durante la scalata.

Così ogni cosa può essere resa interessante e l’aspetto della parete, della cresta o del semplice appiglio che andiamo ad afferrare diventano un libro meraviglioso, un libro scritto in una lingua sconosciuta per chi non sa, ma che una volta compreso può svelare i più nascosti segreti in modo assai chiaro, come se ogni pietra ci parlasse…

Nella foto: percorso aereo in cresta lungo la traversata Scerscen-Bernina

geo_alpinismo (800x599)

La grande frana della Val Pola

giovedì, 7 gennaio 2016

Dall’Alpe Zandilla il sentiero piega verso sud, tra boschi radi e distese di rododendri che spuntano dalla poca neve caduta nei giorni scorsi, con la superficie ricoperta da grossi cristalli di brina di superficie. Superiamo alcuni ruscelli gelati, seguendo i camminamenti dei selvatici, con fresche tracce di lepre bianca e ungulati, spingendoci verso il coronamento della frana. Ad un tratto il sole illumina il bosco e dopo pochi passi si apre la grande voragine che sovrasta la valle dell’Adda, posta mille metri più in basso. Risaliamo per intero il bordo della nicchia superiore, stupendoci di fronte alla tenacia di un vecchio pino mugo, sospeso e sporgente sul bordo dell’abisso, aggrappato solo con parte delle radici alle rocce. Dall’alto, dalla panoramica zona di vertice, osserviamo l’area di distacco, l’estesa superficie di scivolamento e il caos di scisti, gneiss e depositi che precipitarono in pochi istanti il 28 luglio 1987 alle 7.23 del mattino, con volumi imponenti (33 milioni di metri cubi) e causarono un impatto sul lago creatosi nei giorni precedenti a seguito di una piena, tale da innescare un’onda di fango e pietre che risalì la valle fino all’abitato di Aquilone e provocò la morte di 27 persone.

Note

Tempo di percorrenza 4/5 ore, difficoltà variabili a seconda della stagione e condizioni di innevamento.

Destinatari: escursionisti curiosi, studiosi e appassionati di scienze della Terra e chiunque desideri toccare con mano un fenomeno geologico imponente.

Approfondimento geologico