Le rocce non sono una realtà da cui tenere lontani i bambini, ma uno spazio dove fare scuola.
Siamo abituati a pensare che il compito degli adulti sia eliminare ogni possibile ostacolo dal cammino dei più piccoli. Rendere gli spazi sempre più sicuri, prevedibili, controllati. Superfici lisce, percorsi livellati, giochi certificati, rischi ridotti al minimo.
Eppure cresce il dubbio che il problema non siano tanto i pericoli che i bambini incontrano nella loro vita quotidiana, quanto quelli che non incontrano più.
Non perché servano situazioni pericolose. Al contrario.
Perché servono occasioni per confrontarsi gradualmente con la realtà, con la sua complessità, le sue asperità, i suoi piccoli imprevisti.
Un terreno sconnesso, una radice, una pietra da aggirare. Una roccia da risalire a quattro zampe.
Esperienze che permettono di mettere in gioco capacità psicomotorie innate e che aiutano a costruire fiducia nelle proprie possibilità.
L’iperprotezione rischia infatti di produrre una forma paradossale di fragilità. Bambini continuamente protetti dal mondo reale, ma sempre meno preparati ad affrontarlo.
In pericolo non per eccesso di esposizione, ma per inazione.
Per questo le uscite in natura rappresentano molto più di una semplice attività ricreativa.
Sono esperienze di realtà vera, nelle quali corpo, movimento e sensi tornano ad avere un ruolo centrale.
Durante una recente uscita con la scuola dell’infanzia abbiamo camminato, osservato, raccolto materiali, costruito piccole dighe, ascoltato l’acqua e, soprattutto, scalato.
Semplicemente rocce, grandi da suscitare curiosità e sufficientemente accessibili da permettere a ciascuno di trovare il proprio modo di salirle.
A quattro zampe. In piedi, con l’aiuto di un compagno, fermandosi a metà. Riprovando.
Ogni bambino secondo i propri tempi.
Dove il ruolo dell’adulto è creare le condizioni migliori affinché possano fare esperienza, accompagnare senza invadere e sorvegliare, senza togliere significato alla scoperta che la realtà può essere difficile, talvolta persino ostile, ma proprio per questo degna di essere conosciuta. (foto E. Borla)

































