Il letto asciutto del torrente è un invito al gioco. Avete mai visto un bambino non attratto dai sassi del greto? Macigni e ciottoli, sabbia e ghiaia, orizzonti stratificati dal tempo e dall’energia delle piene che diventano uno spazio libero di gioco.
Ben diverso dalle tristi “sabbiere” dei parchi urbani, presto trasformate in toilette per cani, qui tutto è scoperta.
I bambini esplorano i sassi, li mettono in tasca, oppure li selezionano in base al colore, alla forma, a ciò che richiamano: mostri o animali o altre fantasie.
Presto compaiono costruzioni dal senso stravagante e immaginifico. Una scultura per ogni bambino. Si comincia e non si finisce più.
Un sorriso per ognuno, una biblioteca di rocce, una connessione sul campo che inventa una scuola nuova.
Lo vedo ogni volta che accompagno un gruppo in natura, ma forse soprattutto quando le persone arrivano dalla loro quotidianità lavorativa e si trovano a condividere uno spazio che non è stato costruito per loro.
All’inizio ciascuno porta con sé il proprio ritmo, le proprie abitudini, il proprio modo di guardare. Poi, poco alla volta, qualcosa si sposta.
La grammatica dell’adesso prende il posto di quella consueta.
Si comincia a vedere.
Le rocce nude, diverse una dall’altra. I torrenti, le morene, i laghi. I ghiacciai, dove ancora resistono. Gli spazi che si aprono oltre il limite del bosco.
E gli ultimi alberi.
Larici e cembri che affondano le radici tra i macigni. Un patriarca di mille e più anni, davanti al quale la nostra misura del tempo perde significato.
La natura non ci sta aspettando e non ci sta offrendo una lezione.
Semplicemente è lì.
Per attraversare questi luoghi bisogna prestare attenzione, decidere, aspettare, cambiare passo.
A volte fermarsi.
È qui che la formazione diventa interessante.
Non ci sono l’aula, le slide, gli esercizi costruiti a tavolino. Non c’è bisogno di simulare una situazione per osservare come ci comportiamo dentro una situazione.
La situazione c’è.
Una salita, un passaggio più impegnativo, una traccia da leggere, la fatica che arriva. E soprattutto gli altri.
Persone che si conoscevano attraverso un ruolo, una funzione, qui diventano semplicemente compagni di cammino.
Quando lo sguardo viene preso dalle cime, dalla luce più radente dell’autunno in arrivo, i pensieri abituali sembrano perdere per qualche ora la loro presa.
Ci si accorge che si può stare dentro una situazione senza doverla controllare tutta.
Forse è questo che due giornate in natura possono offrire a un gruppo di lavoro.
Non una parentesi dalla realtà, ma un modo diverso di guardare, ascoltare e decidere insieme.
In fondo prendiamo coscienza di quello che ci circonda attraverso il sentire. Il sentire precede il sapere.
Le risonanze percettive sono e restano il modo più immediato per capire quel che sta accadendo attorno a noi.
In montagna ci permettono di registrare il presente e, da qui, decidere ogni nostra azione e comportamento. Immagini, suoni, profumi, contatti e sapori ci restituiscono il senso di quel che stiamo attraversando.
Ognuno si muove in un proprio universo di sensi, legato alla propria storia personale e all’educazione che ha ricevuto. C’è il bosco dell’indigeno, del bracconiere, del turista distratto, di chi si è perso. La foresta del cercatore di alberi, ma anche quella degli animali che la abitano e delle piante stesse.
Non esiste una verità del bosco, ma una moltitudine di percezioni, tutte diverse.
Così come non esiste un intorno che possa essere restituito soltanto attraverso un’immagine, dove la vista diventa il riferimento principale.
Proviamo a dare forma anche a quello che non si vede.
Leggere la montagna, un laboratorio per allenare l’attenzione.
Le rocce non sono una realtà da cui tenere lontani i bambini, ma uno spazio dove fare scuola.
Siamo abituati a pensare che il compito degli adulti sia eliminare ogni possibile ostacolo dal cammino dei più piccoli. Rendere gli spazi sempre più sicuri, prevedibili, controllati. Superfici lisce, percorsi livellati, giochi certificati, rischi ridotti al minimo.
Eppure cresce il dubbio che il problema non siano tanto i pericoli che i bambini incontrano nella loro vita quotidiana, quanto quelli che non incontrano più.
Non perché servano situazioni pericolose. Al contrario.
Perché servono occasioni per confrontarsi gradualmente con la realtà, con la sua complessità, le sue asperità, i suoi piccoli imprevisti.
Un terreno sconnesso, una radice, una pietra da aggirare. Una roccia da risalire a quattro zampe.
Esperienze che permettono di mettere in gioco capacità psicomotorie innate e che aiutano a costruire fiducia nelle proprie possibilità.
L’iperprotezione rischia infatti di produrre una forma paradossale di fragilità. Bambini continuamente protetti dal mondo reale, ma sempre meno preparati ad affrontarlo.
In pericolo non per eccesso di esposizione, ma per inazione.
Per questo le uscite in natura rappresentano molto più di una semplice attività ricreativa.
Sono esperienze di realtà vera, nelle quali corpo, movimento e sensi tornano ad avere un ruolo centrale.
Durante una recente uscita con la scuola dell’infanzia abbiamo camminato, osservato, raccolto materiali, costruito piccole dighe, ascoltato l’acqua e, soprattutto, scalato.
Semplicemente rocce, grandi da suscitare curiosità e sufficientemente accessibili da permettere a ciascuno di trovare il proprio modo di salirle.
A quattro zampe. In piedi, con l’aiuto di un compagno, fermandosi a metà. Riprovando.
Ogni bambino secondo i propri tempi.
Dove il ruolo dell’adulto è creare le condizioni migliori affinché possano fare esperienza, accompagnare senza invadere e sorvegliare, senza togliere significato alla scoperta che la realtà può essere difficile, talvolta persino ostile, ma proprio per questo degna di essere conosciuta. (foto E. Borla)
Cammino, arrampicata e ascolto: esperienze per abitare la montagna.
Un giorno o due, per trovare sintonia con l’intorno e con sé stessi. Ci si incontra, si parte senza fretta, si osserva come cambiano la luce, il vento, il passo. L’intorno diventa campo d’esperienza, non sfondo. Prima comprendiamo cosa accade attorno a noi, poi cerchiamo di capire come superare gli ostacoli, con quali tecniche, e solo alla fine con gli strumenti giusti. Più che il dove, importa il come. La montagna insegna a leggere, a scegliere, a rallentare o correre.
Nel muoversi tra sentieri e pareti si alternano cammino e arrampicata, gesti semplici e concentrazione. Si esplorano indizi, pillole di orientamento, lettura del terreno e della roccia, stima dei tempi, percezione dei pericoli e degli scenari. L’impegno fisico e tecnico cresce con naturalezza, passo dopo passo, calibrato sulle persone e sul momento.
Gli incontri inattesi, le sorprese, i mutamenti del meteo o dell’umore diventano parte del gioco, occasioni per allenare l’attenzione e l’ascolto, dentro e fuori. Scoprire che il vento non soffia solo sulle creste, ma anche nei pensieri.
Quando si allunga il tempo – due giorni in montagna, con una notte in bivacco o in baita – tutto si fa più denso, la luce del tramonto, il silenzio, i gesti condivisi. L’esperienza diventa più profonda, più essenziale. Le conoscenze si sedimentano nei movimenti, nella postura, nello sguardo.
Il programma nasce ogni volta su misura, costruito insieme, nel rispetto delle condizioni della montagna e del ritmo di ciascuno. Non esiste un percorso standard, ma un cammino che si disegna passo dopo passo, con attenzione, libertà e curiosità.
Mettere il piede sul ghiacciaio non è soltanto un esercizio tecnico, non significa soltanto imparare a far mordere le punte dei ramponi su pendenze diverse, provare i primi passi in cordata, l’assetto del corpo, la gestione degli attrezzi prima di passare a creste e pareti.
Oggi poggiare il piede sul ghiacciaio ha il sapore di un’urgenza, quasi di un privilegio estremo, è immergersi, ancora per poco, nel respiro vivo di una massa d’acqua solida che abbiamo sempre pensato inesauribile, eterna compagna delle nostre salite. Sta scomparendo sotto gli occhi di una sola generazione umana, una disfatta di ghiaccio mai vista, nella storia della nostra specie.
Mettere il piede sul ghiacciaio, adesso, significa testimoniare questa sparizione. Toccare con mano crepacci, canali di scolo, inghiottitoi, crioconiti, rocce montonate…laghi proglaciali, ghiaccio stratificato, vele, ogive, funghi di ghiaccio, erratici e morene di superficie. Significa osservare forme in movimento, instabili e irripetibili, perché il gigante è in totale disequilibrio climatico. Mentre lo attraversiamo una brezza fredda di caduta prova invano a difenderlo dal calore.
Poi c’è il tintinnio secco dei ramponi sul ghiaccio vivo, la piccozza piantata come un’ascia, il crollo ritmico e lontano di blocchi enormi dalla seraccata superiore – il suono arriva solo quando il distacco è già avvenuto. Freschi graffi compaiono sulle rocce che vedono la luce per la prima volta da chissà quanti millenni, ogni giorno il bordo di ghiaccio si abbassa di diversi centimetri, un segno netto, che si può toccare.
Ghiacciaio non più come palestra di alpinismo, ma come lente d’ingrandimento sul respiro profondo della Terra. Metterci il piede sopra oggi è prima di tutto un atto di consapevolezza, un andare a vedere, finché questo corpo vivo è ancora lì, a insegnarci qualcosa che non avremmo mai voluto imparare così.
Un invito a mettere i piedi sul ghiacciaio non solo per imparare a usare i ramponi e a muoversi con consapevolezza tra i crepacci, ma per osservare una parte viva della Terra, in un luogo speciale, per ascoltare il linguaggio del ghiaccio fragile e irripetibile.
In mezzo ai boschi dimenticati troviamo piccoli troni di roccia, accoglienti per tutti.
I ragazzi mettono le mani sulla roccia per la prima volta. E’ un bel gioco, essenziale, creativo, in uno spazio diverso dalla quotidianità.
Si aggrappano con naturalezza, sorridono, cadono, ritentano, sperimentano nuovi equilibri, si incitano ed aiutano.
Qui non servono arnesi, impianti, ferrame, cavi, scalette, cartelli, regole e divieti. E’ una ricreazione libera, non strutturata, capace di esplorare la montagna dimenticata, lontana da giostre e stereotipi.
Anche se circondati dai rovi, la montagna abbandonata esprime un potenziale di vitalità inaspettato. Senza nulla di eccezionale da esibire, scopriamo che questi spazi sono luoghi preziosi, semplici e ospitali.
E’ sempre possibile allenare l’esperienza, scegliere percorsi incerti e saperli decifrare, leggere dal vero le relazioni e connessioni esistenti, incuranti del flusso travolgente di informazioni virtuali circolanti.
In pratica riconquistare il senso dell’orientamento e scegliere una direzione, leggendo il terreno, liberi di smarrirsi e di ritrovarsi.
Contattatemi per esercitare dal vivo e dal vero questa scoperta (adatta a tutte le gambe).
Si può stare al di fuori dal turismo d’avventura pre-confezionato? Evitare “esperienze adrenaliniche” forzate?
Forse è ancora possibile fare un’esperienza in montagna alla propria misura e muoversi secondo quel che sentiamo, dove c’è da scoprire più che da imparare.
Come?
stabiliamo un contatto diretto e sensibile con l’ambiente naturale
con un reale apprezzamento dei luoghi attraversati, dove le energie si sprigionano liberamente
promuoviamo la consapevolezza di quel che accade, piuttosto che dire cosa occorre fare
proviamo ad usare mezzi più semplici possibili, per render l’esperienza ancor più ricca
si può abbassare il tenore delle salite, guadagnando in qualità
tutti dappertutto non ci interessa
l’avventura si svolge nell’avvenire, nella sua ambiguità, grande e piccola
non è gioco e non è serietà, sta nell’istante imprevedibile che viene
si trova su grandi pareti ma anche in un semplice bosco dimenticato o su una piccola rupe
la percezione della nostra esperienza è la nostra priorità
per ritrovare se stessi
per respirare liberamente (no paesaggi mozzafiato!!!)
per togliere condizionamenti e sensazioni superficiali
liberi di salire oltre il limite degli alberi
guardiamo in alto
abitiamo la montagna
se mi dici chi sei ti dico cosa possiamo fare assieme
Il sentiero nascosto conduce alla montagna dimenticata, fuori dalle rotte, difesa dalle rocce. A turno proviamo a scovare la via, seguire le tracce, intuire il cammino.
Ogni tanto muri e segni confermano il percorso. Esploriamo macigni, rocce, pietraie e terrazzi.
Terrazzamenti realizzati ovunque vi fosse un po’ di terra, aggrappati ai più impervi dorsi rocciosi, negli anfratti, sopra i massi. Incontriamo alberi che crescono tra i muri storti, fodere di muschio e tante vecchie case che raccontano le storie.
Con il terreno privo di neve e vegetazione spoglia ricostruiamo l’immagine della vita di un tempo sulla montagna, un tempo brulicante di vita e di lavoro.
Partiti tra i castagni, ci riposiamo, al sole, tra gli abeti.
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