Ci sono montagne che non si limitano a essere salite, ma hanno qualcosa da raccontare. E spesso non sono le più alte o le più celebrate. Basta un po’ di curiosità, e la disponibilità a rallentare lo sguardo, per scoprire che una fitta rete di percorsi conduce verso vette secondarie solo in apparenza, capaci invece di restituire storie di geologia, paesaggio e presenza umana.
Così, tra i cuscini fioriti e un cielo inquieto, con le nubi che salgono e si dissolvono lungo la linea di cresta spartiacque, attraversiamo questa vasta distesa minerale. Il sole si alterna a improvvisi fiocchi di neve trasportati dal vento, in un continuo mutare di luci e atmosfere che sembra appartenere soltanto a questo angolo di Valmalenco.
Qui le rocce non fanno solo da sfondo, sono parte integrante del racconto. I colori, le strutture, le forme parlano di processi che si misurano in milioni di anni. Le pieghe dei marmi, serrate tra gli scisti, disegnano sopra il ghiacciaio una sorta di grande occhio, come se la montagna stessa osservasse chi la attraversa.
La poca neve rimasta dall’inverno resiste ormai a fatica. Quella che ancora si incontra, molle e fradicia, porta i segni evidenti del sole feroce che ha caratterizzato gli ultimi giorni. Anche alle quote più elevate l’innevamento appare già compromesso, un segnale poco incoraggiante per le classiche salite di alta montagna, che dovranno fare i conti, ancora una volta, con stagioni sempre più anticipate e condizioni sempre più instabili.
Eppure è proprio in giornate come questa che la montagna mostra forse il suo volto più autentico, non tanto un terreno da conquistare, quanto un luogo da leggere, passo dopo passo, lasciandosi guidare dalle rocce, dai fiori e dalle nuvole.
Di solito dagli anfratti della Grignetta si tende a scappare. Freddi, umidi, viscidi, spesso ancora sporchi di neve vecchia anche a stagione iniziata. Luoghi senza invito, più adatti all’ombra che alla contemplazione.
Eppure è curioso e inquietante indugiarvi a maggio. Entrarci piano, quasi a cercare frescura, lasciando che gli occhi si abituino al buio e alle pieghe della roccia. Osservarne le superfici lucide, le fenditure, l’umidità che trasuda C’è qualcosa di magnetico in questi vuoti stretti della Grignetta, come se custodissero ancora un tempo più freddo, più severo, rimasto nascosto dal sole.
E’ ormai pomeriggio quando i tre agrimensori dei Grigioni capitanati da Johann Coaz raggiungono la parte terminale della magnifica cresta che conduce in vetta.
Il topografo e ingegnere forestale Coaz, assieme a Jon e Lorenz Tscharner, si sono spinti là dove mai nessun umano aveva messo piede prima, inoltrandosi nel cuore del Labyrint, il dedalo di crepacci e seracchi dell’alto bacino collettore della Vadret da Morteratsch.
Puntano all’inviolata cima più alta del massiccio. Non esiste nessuna mappa della zona, Coaz la sta disegnando in quel periodo.
L’ascesa è essai faticosa, ma l’ambiente di ghiaccio straordinario e l’avvicinarsi della cima sospingono verso l’alto i tre esploratori dell’ignoto.
Sono partiti dal Bernina Suot, duemila metri di quota più in basso. La cresta finale si diparte dai ghiacci della rilucente parete Est e mira dritta alla sommità, è la via più breve e naturale per calcare la vetta prima del buio.
Non senza qualche spavento i topografi vincono la stanchezza e l’ultimo tratto erto dove si alternano rocce rotte di diorite e ripidi scivoli di firn. Alle 18 raggiungono l’elevazione più alta dell’intero massiccio, 4050m, prende il nome di Bernina, come l’omonimo passo poco lontano. E’ il quattromila più a Est delle Alpi.
Millecinquecento metri più in basso la lingua del Morteratsch si allunga come un enorme dorso di drago, delimitato ai lati dalle imponenti morene laterali. I tre topografi non possono indugiare a lungo nel piccolo spazio inesteso della cima, la notte si avvicina, giusto il tempo per scrutare dall’alto la moltitudine di montagne che si stagliano intorno e si perdono all’orizzonte.
Verso Sud Est la bella piramide nevosa del Piz Zupò si avvicina per altezza al Bernina. Lo stesso Coaz nel corso dei suoi rilievi ne ha stimato l’altezza in 4001 m. Nei decenni successivi, a seguito di ulteriori rilievi, perderà qualche metro e il primato di quattromila, attestandosi a quota 3996m.
La luna rischiara la lunga discesa; alle 2 di notte, dopo venti ore di scalata e duemilacinquecento metri di dislivello, il trio è di ritorno, al sicuro può festeggiare con un paio di bicchieri di “vecchio” della Valtellina.
Dopo la costruzione della Capanna Marco e Rosa nel 1913, la salita lungo la luminosa Cresta Est viene progressivamente abbandonata, a favore della più diretta via per la Spalla e la cresta Sud.
All’attacco della cresta sommitaleLungo la crestaQuasi in vettaDiscesa lungo la normaleBernina parete Est con al centro la cresta Coaz
Scheda
Piz Bernina per la cresta Est
Johann Coaz, con Jon e Lorenz Ragut Tschrner il 13 settembre 1850
Dal Rifugio Marco e Rosa si traversa in direzione Nord il grande pendio glaciale della Spalla, andando a scavalcare, verso quota 3750m, il tondeggiante crinale nevoso della cresta Est della Spalla, per entrare nel vallone (attenzione ai seracchi soprastanti!) compreso tra il crinale e e la Cresta Est. Superata la crepaccia terminale il percorso segue integralmente il filo della cresta rocciosa orientale.
Dislivello 300m, difficoltà variabili da AD/D, passi di III
Note importanti
La salita descritta è un percorso in quota selvaggio e affascinante, anche se l’accesso alla cresta risulta oggi assai problematico e non privo di pericoli oggettivi.
La nuova geografia del disgelo cambia di continuo le condizioni della montagna. Tutto muta con una rapidità impressionante, bastano poche ore per stravolgere i percorsi un tempo ritenuti abituali e consolidati. Un invito a valutare costantemente le condizioni, passo dopo passo, a relazionarsi con l’intorno, a predisporsi all’immediata percezione di ciò che accade in ogni istante dell’ascesa.
Spetta solo all’alpinista, a chi s’addentra responsabilmente nel cuore della montagna, valutare di volta in volta le condizioni, percepire la densità di pericoli e predisporsi ai rischi conseguenti.
Se il clima soffre di un cambiamento radicale e inusitato, forse è un’occasione per riscoprire come è ancora possibile “abitare”, anche nelle forme più creative, l’imprevedibilità, per comprendere come siamo dipendenti dal clima che cambia, lontani da qualsiasi senso di certezza.
Stesso luogo, stessa pietra davanti al Marinelli Bombardieri al Bernina. Ottant’anni scorrono tra queste due immagini. Mio nonno e io, stesso mestiere: la guida alpina. Nella foto d’antan c’è un fascino irripetibile, il “physique du rôle” intagliato nella fatica, la sigaretta arrotolata che pende dalle labbra come nei film in bianco e nero. Oggi restano altre cose: il peso della salita appena conclusa, la felicità silenziosa del compagno di cordata, il rifugio che ci accoglie. In quell’istante, la fatica si scioglie e diventa memoria, continuità, ritorno.
Nel 1991 Alessandro Reati e Marco Peduzzi pubblicarono “Magia Rossa”, una guida che raccontava l’arrampicata e l’alpinismo in Valmalenco, ribadendo un concetto semplice e potente dove le rocce della Valle del Mallero sono ottime non solo per essere tagliate a fette. Tra le strutture in quota, le remote pareti di serpentinite nascondono gioielli rari. Qui l’alterazione superficiale regala alla roccia una colorazione rossastra unica, al sorgere del sole le tonalità diventano incredibili e la superficie, cosparsa di minuscoli cristalli di magnetite, si fa ruvida, aderente, perfetta. Fessure di ogni misura accolgono bene le protezioni veloci, una delizia per chi ama scalare. Roccia, cielo, silenzio. Basta faticare un po’ per andarsele a cercare.
Caldo intenso anche quassù. Risaliamo il versante a monte della lunga morena che delimita il pascolo con un tripudio di fiori, poi, per pietraie, raggiungiamo l’attacco del pilastro. Decine di ragnatele, tese tra i blocchi con il ragno al centro, catturano gli insetti trasportati dalla brezza di valle come piccole vele contro il sole. Ombre fresche e calde luci, si alternano lungo il muro di granito, con fessure e lame perfette che ci conducono verso l’alto.
Inseguiamo appigli rugosi, incastri e opposizioni, tra il caldo della roccia e il respiro dell’aria pulita che apre i polmoni. In cima le corde si riposano su se stesse, il ghiacciaio ci guarda, possiamo iniziare la discesa. In fondo, la scalata è solo un meraviglioso pretesto per attraversare spazi insoliti e straordinari.
Nubi cupe inghiottono la vetta. Il vento teso da Ovest spazza via l’illusione del tepore. Mi accovaccio nel lato sottovento, un boccone di pane e formaggio, un sorso di tè. Lo sguardo si perde nella nebbia, già rivolto alla discesa. Nessun trionfo in cima, solo il passaggio. E proprio per questo, ogni passo resta inciso. Grazie Alessandro per la foto!
Mettere il piede sul ghiacciaio non è soltanto un esercizio tecnico, non significa soltanto imparare a far mordere le punte dei ramponi su pendenze diverse, provare i primi passi in cordata, l’assetto del corpo, la gestione degli attrezzi prima di passare a creste e pareti.
Oggi poggiare il piede sul ghiacciaio ha il sapore di un’urgenza, quasi di un privilegio estremo, è immergersi, ancora per poco, nel respiro vivo di una massa d’acqua solida che abbiamo sempre pensato inesauribile, eterna compagna delle nostre salite. Sta scomparendo sotto gli occhi di una sola generazione umana, una disfatta di ghiaccio mai vista, nella storia della nostra specie.
Mettere il piede sul ghiacciaio, adesso, significa testimoniare questa sparizione. Toccare con mano crepacci, canali di scolo, inghiottitoi, crioconiti, rocce montonate…laghi proglaciali, ghiaccio stratificato, vele, ogive, funghi di ghiaccio, erratici e morene di superficie. Significa osservare forme in movimento, instabili e irripetibili, perché il gigante è in totale disequilibrio climatico. Mentre lo attraversiamo una brezza fredda di caduta prova invano a difenderlo dal calore.
Poi c’è il tintinnio secco dei ramponi sul ghiaccio vivo, la piccozza piantata come un’ascia, il crollo ritmico e lontano di blocchi enormi dalla seraccata superiore – il suono arriva solo quando il distacco è già avvenuto. Freschi graffi compaiono sulle rocce che vedono la luce per la prima volta da chissà quanti millenni, ogni giorno il bordo di ghiaccio si abbassa di diversi centimetri, un segno netto, che si può toccare.
Ghiacciaio non più come palestra di alpinismo, ma come lente d’ingrandimento sul respiro profondo della Terra. Metterci il piede sopra oggi è prima di tutto un atto di consapevolezza, un andare a vedere, finché questo corpo vivo è ancora lì, a insegnarci qualcosa che non avremmo mai voluto imparare così.
Un invito a mettere i piedi sul ghiacciaio non solo per imparare a usare i ramponi e a muoversi con consapevolezza tra i crepacci, ma per osservare una parte viva della Terra, in un luogo speciale, per ascoltare il linguaggio del ghiaccio fragile e irripetibile.
Non le più famose, né le più difficili. Ma forse le più libere.
C’è qualcosa di prezioso nel non incrociare nessuno, nel lasciare che il giorno si svolga senza gli sguardi di altre cordate. Senza la pressione d’essere veloci o lenti, senza sorpassi, soste obbligate, attese al freddo. Senza il dover fare in fretta, o giustificare il prendersi tempo.
Inseguire traiettorie dimenticate, linee sottili senza tracce, porta con sé un grande vantaggio: la solitudine.
Basta un’idea, un’intuizione, un invito silenzioso. Seguire una luce diversa, un nome sulla mappa che non dice nulla a chi passa veloce.
Così si scoprono pareti diverse, quelle che non si possono raccontare del tutto, e che ti restano addosso anche dopo il ritorno.
Ecco, qui abbiamo una grande probabilità di non incrociare nessun altro. E questo, oggi, è un privilegio raro.
Scaliamo attraverso il consueto caos geologico della Valmalenco, avvolti dalla speciale luce incisa dell’autunno. Due gipeti sfiorano la cresta sopra le nostre teste e alcune pernici si tuffano in volo verso il versante ombroso. Completata la muta, sono del colore sbagliato per mimetizzarsi tra rocce scure e pascoli secchi. La neve compare solo oltre i 3000 metri.
Di nuovo è un piccolo privilegio essere soli ad ascoltare la montagna, senza file, né orologi a scandire il ritmo della salita.
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