Overdose tecnologica?

Il fanatismo religioso nei confronti dell’approccio tecnologico a qualsiasi aspetto della vita pare un processo irreversibile. La montagna non sfugge all’aggressione tecnologica così come appare in quest’app di ultima generazione per “conoscere la più recente evoluzione dello stato dei ghiacciai, della copertura nevosa, della superfice della roccia, delle piste, per poter usufruire di una sicurezza ottimale”.

La realtà ci suggerisce che quanto più la conoscenza di un sistema complesso è parziale, più la si ritiene fondata sulla sua dimensione tecnologica. Questo non significa criticare a priori l’uso della tecnologia, ma al contrario spinge a coglierne appieno le potenzialità dove effettivamente servono, non prima però d’aver attivato i fondamentali processi di relazione con l’ambiente, che ancora costituiscono il mezzo più potente per migliorare le nostre capacità d’osservazione, ascolto e presa delle decisioni.

Con la crescente incapacità di conoscere direttamente il mondo in termini di esperienza, per fortuna la montagna resta uno dei pochi luoghi a portata di mano, paragonabile a una preziosa riserva, dove possiamo sperimentare la nostra interpretazione personale delle cose attraverso il contatto diretto dei sensi.

Ora che siamo con il naso incollato sullo smartphone tutto il giorno, incentivarne l’uso anche nei rari momenti in cui possiamo farne a meno e in situazioni paragonabili alla guida dell’auto, non potrebbe rivelarsi, oltre che fastidioso, più dannoso che utile? Difficile poi capire come e da chi potrà essere “validata” la qualità del dato consultabile, considerando l’estrema variabilità nello spazio e nel tempo delle condizioni della montagna, unita alla soggettività delle informazioni immesse.

 

Lascia un Commento