La matematica neve è quella polverosa

Accade spesso di esser freneticamente attratti dall’anticipar la stagione delle cose. Anche nel mondo della montagna si legge e si assiste ad una continua rincorsa della prossima stagione, perdendo in qualche caso la possibilità di assaporare il momento in cui viviamo. Non voglio quindi associarmi ai malati di neve che vorrebbero sciare passato ferragosto e andar al mare dopo carnevale, ma con l’aria d’autunno non posso non segnalare la suggestiva descrizione della miglior coltre bianca che ci offre lo scrittore veneto Goffredo Parise, appassionato sciatore solitario fuoripista. Mic

“La neve di primavera è meravigliosa ma la vera, la grande, la sublime, la matematica neve è quella polverosa, microscopica neve a ghiaccioli di pieno inverno, in gennaio. Soffice e così silenziosa che non si ode alcun rumore, appena il respiro degli sci quando il corpo si alza e si abbassa rapidamente per curvare, e lo scricchiolío quando si sta fermi.
La bellezza di questa neve è nutrita dal silenzio e dalla luce: una luce fredda e purissima, radente o a picco, senza ombre, dove il blu del cielo si appoggia al candore delle vette e dei manti, e il sole è un disco bianco e rovente come la bocca di un altoforno nell’infinito.
Allora cominciare a sciare, avendo davanti a sé una lunga discesa immacolata dove nessuno è mai passato, soli, contro il sole, aspirando quel profumo quasi impercettibile che il sole estrae dalla neve, un po’ ozono, un po di iodio, ascoltando i suoni interni dei propri muscoli, del respiro, dello sguardo e soprattutto il suono della propria energia in espansione, allora, e solo allora e per pochi istanti, si può dire e ripetere e ricordare: “Sì, sono e sono stato veramente felice di vivere”.

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